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Un particolare della Porta dei Martiri durante la pulitura

Foto Opificio delle Pietre Dure

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Un particolare della Porta dei Martiri durante la pulitura

Foto Opificio delle Pietre Dure

Presentato a Firenze il restauro delle porte della Sagrestia Vecchia di San Lorenzo, capolavoro di Donatello

L’intervento è stato condotto nel laboratorio del Settore bronzi e armi antiche dell’Opificio delle Pietre Dure prima sulla Porta dei Martiri e poi, con il sostegno dei Friends of Florence, sulla Porta degli Apostoli. Ora sono tornate nel mausoleo mediceo progettato da Brunelleschi

Laura Lombardi

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È stato presentato oggi il restauro delle due porte bronzee per la Sagrestia Vecchia della Basilica di San Lorenzo, realizzato nel laboratorio del Settore bronzi e armi antiche dell’Opificio delle Pietre Dure, diretto da Laura Speranza e Riccardo Gennaioli. Sulla Porta dei Martiri l’intervento era iniziato nel 2019 e si era concluso alla fine del 2020, mentre a causa della pandemia e di problemi logistici per la Porta degli Apostoli si era dovuto attendere il giugno 2024. Il restauro della seconda porta, conclusosi il 1 ottobre 2025, è stato reso possibile grazie al sostegno dei Friends of Florence attraverso il dono di Michael e Sandy Collins. Nel frattempo, le porte erano state eccezionalmente esposte in Palazzo Strozzi in occasione della monografica su Donatello (19 marzo-31 luglio 2022).

Riferite dalla critica agli anni tra il 1440 e il 1442, costituite ciascuna da una coppia di battenti e realizzate nella tecnica della fusione a cera persa, le porte vennero concepite da Donatello come polittici a rilievo con riquadri inseriti entro un’architettura fortemente aggettante in macigno, formata da due colonne ioniche su cui poggia una trabeazione che sostiene un timpano triangolare. Su ogni battente sono plasmati cinque grandi riquadri con lati di 30 cm, con altrettante coppie di santi. La Porta dei martiri deve il suo nome alla presenza dei santi con la palma del martirio, e si riconoscono Stefano, Lorenzo ma anche i fratelli Cosma e Damiano, questi ultimi santi protettori della famiglia Medici. Nella Porta degli Apostoli si identifica invece Giovanni Battista nella formella in alto a sinistra, i Padri della Chiesa e gli Evangelisti rispettivamente nel primo e nel secondo registro da terra. I riquadri sono incorniciati da eleganti fregi, spezzati lungo la linea centrale da spigolose rosette. Le ante sono corredate da maniglie, non originali, concepite come due corde intrecciate.

Come nota Francesco Caglioti, studioso dell’artista e curatore della mostra sopracitata, le porte sono «speciali» nel percorso di Donatello, il quale avrebbe dovuto realizzarne per il Duomo di Firenze e per la Cattedrale di Siena, ma sceglie invece una committenza privata, medicea, seppur per uno spazio semipubblico nella Basilica di San Lorenzo. Uno spazio sì al servizio dei fedeli, ma che rappresenta soprattutto il mausoleo dei Medici, pensato da Brunelleschi con pianta quadrata che poi sviluppa una cupola (qualcosa di assolutamente nuovo per una sacrestia), con le superfici sfarzosamente rivestite di marmi e altri materiali preziosi, ideati e lavorati sotto la guida di Brunelleschi e Donatello. L’adozione stessa del bronzo è rara nella storia dell’arte occidentale, se si pensa che nell’antico le porte in bronzo erano prerogativa degli imperatori e nel Medioevo delle committenze papali. Incuriosisce allora il contrasto tra la sontuosità di questa scelta e la funzione di servizio, di accesso delle porte a due locali annessi alla sagrestia. Tuttavia, considerando che Brunelleschi aveva concepito l’altare come luogo di celebrazioni verso il popolo, con il prete di fronte a un’assemblea pur limitata di fedeli, le porte possono rappresentare una sorta di surrogato di pala d’altare, in cui Donatello crea un campionario di atteggiamenti variatissimi nelle figure dei santi, l’una più bizzarramente differenziata dall’altra, ma alcune di incerta identità, in un’esplosione di libertà individuale, tanto che il Filarete nel suo Trattato di architettura pur ammirando Donatello, annoterà che quei santi parevano più degli schermidori, degli spadaccini.

Proprio quella straordinaria definizione nei rilievi che generò lo sconcerto di Filarete risultava molto appiattita da ingenti quantità di materiali di deposito e sostanze oleocerose, queste ultime prevalentemente brune, adese in particolare nelle zone interne del modellato. Nella parte inferiore delle porte, dove il modellato in prossimità della pavimentazione appariva appiattito da concrezioni molto consistenti, erano alterazioni di colore verde, conseguenti al degrado delle cere e alla presenza di prodotti della corrosione del bronzo.

Una veduta della porta Apostoli nella Sagrestia di San Lorenzo dopo il restauro. Foto OPD

Una veduta della porta Martiri nella Sagrestia di San Lorenzo dopo il restauro. Foto OPD

Alle indagini preliminari con l’acquisizione 3D effettuata in situ e parte della campagna diagnostica condotta dal Laboratorio scientifico dell’Opificio, se ne sono aggiunte ulteriori svolte durante l’intervento di pulitura. L’osservazione autoptica ha rivelato tracce di alcuni interventi pregressi, confermati in parte anche da documenti di archivio; risalgono al 1946, ad opera del restauratore fiorentino Bruno Bearzi, la rimozione delle serrature originali e la realizzazione delle maniglie tortili, l’estrazione dei ferri interni, la ricollocazione di alcuni tasselli a caldo, il rifacimento dei cardini e della sostituzione dei bilici.

Il restauro è consistito, dopo la spolveratura iniziale, in un lavaggio a vapore, coadiuvato dal passaggio di tamponi e pennelli per cercare di eliminare parte dei depositi e delle sostanze cerose e/o oleose presenti, applicate in precedenti interventi di manutenzione. Sono stati poi applicate miscele di solventi diversi, calibrati in base alle caratteristiche dei prodotti presenti sulla superficie; lunga e delicata è stata la rifinitura dei fronti dei battenti per liberare la minuta lavorazione superficiale dei fregi e delle figure. Rifinitura portata a termine anche con l’impiego della sabbiatura criogenica: una sofisticata apparecchiatura che utilizza piccoli pellet di ghiaccio secco proiettati tramite aria compressa. Questa tecnica, a differenza della sabbiatura tradizionale, non è abrasiva e non lascia residui secondari, poiché il ghiaccio sublima, passando direttamente dallo stato solido a quello gassoso.

Particolare attenzione è stata riservata nella pulitura del retro delle porte per non eliminare i residui di antiche patinature e i lacerti delle terre di fusione in aree del tutto prive di lavorazione. Le spesse concrezioni presenti nei bordi e nei profili delle ante sono state eliminate mediante l’azione di vibroincisori. Infine le opere sono state sgrassate per mezzo di acetone e protette con cere microcristalline.

Come sottolinea Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio, «secondo la prassi metodologica dell’Istituto, la puntuale campagna di indagini scientifiche e gli studi che han preceduto la fase operativa sono stati finalizzati non solo alla messa a punto del protocollo di intervento ma anche ad approfondire aspetti quali la tecnica di realizzazione. È stata indagata lungamente la superficie per capire se fossero presenti residui di dorature o cromie particolari, ma non ne sono state individuate, neanche attraverso le indagini scientifiche. Considerando il ricco apparato decorativo della Sagrestia Vecchia e la diffusa presenza di materiali eterogenei, è possibile ipotizzare che Donatello abbia affidato la resa estetica delle porte alla sola lavorazione delle superfici, estremamente ricca e particolareggiata. Ricordo inoltre che questo è solo l'ultimo in ordine di tempo di una lunga teoria di restauri  (tra cui i pulpiti donatelliani, Ndr) realizzati da Opd per la Basilica di San Lorenzo».

Lo spessore dei quattro battenti bronzei, di dimensioni simili, è stimato sui 4-5 cm e aumenta nelle parti alte in modo da facilitare la rotazione. Ogni anta sembra essere stata fusa in un sol pezzo: non si trovano infatti agganci meccanici, neppure per il fissaggio dei grossi cardini e la qualità del getto, in entrambe le porte, è eccezionale. Sono quasi assenti porosità nella Porta dei Martiri, mentre qualche difetto è presente sul retro dell’altra porta, ma si tratta di piccole cavità isolate. Nel rinettare i getti dopo la fusione a cera persa, Donatello leviga i fondi dei riquadri, mentre delicati giochi di chiaroscuro nelle vesti e nelle capigliature dei santi sono ottenuti grazie una finissima puntinatura.

A compiere il delicato intervento sono stati Stefania Agnoletti, Maria Baruffetti, Annalena Brini, Elisa Pucci e Giovanni Rotondi dell’Opd, insieme a Nicola Salvioli e Saskia Giulietti, restauratori esterni. In occasione della presentazione del restauro è stato organizzato un convegno cui hanno partecipato i restauratori, monsignor Gambelli, arcivescovo di Firenze, Paolo Padoin, presidente dell’Opera Medicea Laurenziana, Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opd, Antonella Ranaldi, soprintendente Abap per la città metropolitana di Firenze e la provincia di Prato, Simonetta Brandolini D’Adda, presidente dei Friends of Florence, Fabrizio Magani, direttore generale per Archeologia Belle Arti e Paesaggio, e Luigi La Rocca, capo Dipartimento per la Tutela del Patrimonio Culturale. 

Laura Lombardi, 26 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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