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Statua antropomorfa del re Behanzin (Benin), oggi nel Musée du quai Branly. © Musée du quai Branly-Jacques Chirac, Parigi

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Statua antropomorfa del re Behanzin (Benin), oggi nel Musée du quai Branly. © Musée du quai Branly-Jacques Chirac, Parigi

Restituzioni all’Africa: la Francia non si arrende

Il Senato francese ratifica una legge ad hoc

Luana De Micco

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Il 6 ottobre il Parlamento francese ha votato una legge che prevede la restituzione al Benin e al Senegal di manufatti che furono bottino di guerra in epoca coloniale. Il trasferimento in Benin riguarda 26 reperti del «Tesoro di Behanzin» portati via dall’esercito coloniale francese nel 1892, in occasione del saccheggio del Palazzo Abomey. Tra loro, tre statue di re, scettri, troni e quattro porte con bassorilievi che sono entrate nelle collezioni del Musée du quai Branly. Il Senegal ritroverà la sciabola attribuita a El Hadji Omar Tall, condottiero e capo spirituale dell’impero Toucouleur, sconfitto dai francesi nel 1864. L’oggetto, che appartiene al Musée de l’Armée, è oggi esposto nel nuovo Musée des civilisations noires di Dakar, inaugurato nel 2018.

Il progetto di legge, che è stato ratificato in Senato il 4 novembre, è il risultato di un lungo processo iniziato, nel novembre 2017, da Emmanuel Macron in un discorso all’Università di Ouagadougou, in Burkina Faso, nell’intento più generale di rilanciare le relazioni politico culturali con i Paesi africani. È a quel punto che si sono gettate le basi delle «restituzioni temporanee o definitive del patrimonio africano all’Africa». Nel dicembre 2019, l’allora ministro francese della Cultura Franck Riester era poi partito per il Benin, dove si sta lavorando all’apertura di un museo nell’antico Palazzo Reale di Dahomey, per stringere accordi di collaborazione culturale con il presidente Patrice Talon.

Nel 2018 un rapporto choc degli studiosi Bénédicte Savoy e Felwine Sarr aveva stilato l’inventario degli oggetti d’arte africana presenti nelle collezioni dei musei francesi censendone ben 46mila, entrati in Francia tra il 1885 e il 1960 per saccheggi o acquistati a costi irrisori, la maggior parte dei quali sono conservati al quai Branly. I due studiosi raccomandavano la restituzione «incondizionata» delle opere. Ma a distanza di tre anni dal discorso di Macron, Parigi non prevede nulla di tutto ciò. L’attuale progetto di legge è un testo ad hoc, che riguarda questi casi specifici, e non una legge di principio generale.

In effetti, il testo ha deluso il presidente del Benin Talon che, come ha detto al giornale «Jeune Afrique», sperava in una «restituzione globale sulla base di un inventario preciso». Del resto Parigi ha già restituito in passato alla Nuova Zelanda 21 Toi Moko, le teste mummificate dei guerrieri maori, degli oggetti d’arte al Laos e una statua trafugata in Egitto nel 1981. Ma non intende toccare il carattere «inalienabile delle collezioni francesi», valido dal XVI secolo. «Non è un atto di pentimento o di riparazione, né una condanna del modello culturale francese», ha detto la neoministra della Cultura, Roselyne Bachelot, al momento del voto dei parlamentari.

Il testo lascia molto scetticismo. Alcuni temono che si crei una sorta di reazione a catena, con il rischio di sollevare crisi diplomatiche: e se anche altri Paesi presentassero simili rivendicazioni? Che fare con le opere rinvenute in scavi archeologici passati? La questione è molto complessa. Emmanuel Kasarhérou, direttore del quai Branly, canaco di origine (melanesiano della Nuova Caledonia, Ndr) ed entrato in funzione a maggio, ha fatto notare in un’intervista al settimanale «Le Point» che non tutti gli oggetti acquisiti dalla Francia in epoca coloniale sono il risultato di saccheggi: «La nozione di restituzione implica un atto illegale in partenza, ha detto. La presenza di oggetti venuti da lontano nei musei è anche il risultato di scambi, di acquisti o di doni. A mio avviso, la restituzione è solo una delle soluzioni possibili. Un oggetto deve poter viaggiare, essere prestato, messo in deposito, oppure essere restituito se implica situazioni storiche sensibili». Dal 2017 il museo parigino sta portando avanti un lavoro di documentazione sulla propria collezione per stabilire l’origine esatta di ogni oggetto.

Il tema è molto delicato. Il 12 giugno scorso, l’attivista congolese Mwazulu Diyabanza, che milita per chiedere riparazione dal colonialismo, insieme ad altre quattro persone è stato fermato all’uscita del quai Branly dopo aver tentato di rubare un palo funebre del Ciad. Aveva filmato il suo gesto di protesta diffondendo il video sui social: «Lo riportiamo a casa». È stato condannato il 14 ottobre scorso a una multa di mille euro. Il 22 Diyabanza è stato di nuovo fermato per aver tentato di sottrarre una statua dal Louvre, pensando che si trattasse di un oggetto africano: era invece una scultura della fine del ’700 proveniente da Flores, un’isola dell’Indonesia.
 

Statua antropomorfa del re Behanzin (Benin), oggi nel Musée du quai Branly. © Musée du quai Branly-Jacques Chirac, Parigi

Luana De Micco, 24 novembre 2020 | © Riproduzione riservata

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