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Anna Maria Farinato
Leggi i suoi articoliL’occitana Tolosa, nel Midi francese, dista poco più di 150 km dal confine con la Spagna. Con la «Retirada» del febbraio 1939, è diventata la capitale dell’esilio dei repubblicani spagnoli, e nel dopoguerra quasi il dieci per cento della sua popolazione proveniva dal Paese confinante, in fuga dal franchismo. Camminando oggi tra la Gare Matabiau, la stazione centrale cittadina, e i quartieri Marengo, Bonnefoy e Jolimont, in cui si snoda Le Nouveau Printemps 2026 si ha la sensazione che la lingua di Cervantes risuoni ovunque. Quest’anno, in particola, sotto l’egida della spagnola Rossy de Palma, «chica Almodóvar», cantante, ballerina, performer, e lei stessa artista visiva e fotografa, il festival, in corso fino al 29 giugno, si configura come un invito a guardare la Ville rose attraverso il prisma delle identità multiple, dei passaggi e delle contaminazioni. L’attrice racconta di essere rimasta colpita da una frase che a Tolosa sentiva ripetere in continuazione, in risposta a un «grazie»: «Avec plaisir!». Con piacere. Un’espressione diventata per una sorta di motto non ufficiale del festival, la sintesi perfetta dello spirito del progetto, che affronta temi complessi, quali la memoria, l’esilio, l’identità, le trasformazioni urbane, ma sceglie di farlo attraverso il piacere della scoperta, dell'incontro e della condivisione. «Mi avevano chiesto un festival inclusivo, che avesse il mio sguardo e soprattutto festaiolo», ha spiegato Rossy de Palma, che prossimamente curerà una mostra anche nelle Isole Canarie. E in effetti la danza, la musica e la partecipazione collettiva attraversano tutta la programmazione, tra flamenco, performance, concerti, cinema e interventi nello spazio pubblico.
«Credo di aver scelto di essere un’artista perché quello dell’arte è un mondo, un universo anzi, nel quale non esistono frontiere, non esiste età, non esiste genere, non ci sono limiti, ha raccontato. Quando mi hanno proposto di essere l’artista associata di Le Nouveau Printemps ho provato un misto di emozione e di responsabilità. Ho invitato artisti che amo, alcuni sono miei amici da molti anni, altri li seguivo da tempo. Grazie a questa esperienza si sono incontrati e sono nate collaborazioni e sinergie meravigliose». Più che una successione di mostre, Le Nouveau Printemps si presenta infatti come una rete di relazioni, una comunità temporanea costruita attraverso l’arte. Presieduto da Eugènie Lefebvre, e con la direzione artistica di Clément Postec, il festival tolosano si sviluppa come una lunga passeggiata urbana. Ognuna delle sedi che accolgono le mostre, le performance, le proiezioni, gli incontri con gli artisti (una cinquantina, in totale) aggiunge un capitolo a un racconto che intreccia arte contemporanea, trasformazioni urbane, memoria dell’esilio e riflessione sulle identità contemporanee. I quartieri scelti non a caso gravitano attorno alla Gare Matabiau, uno dei principali nodi ferroviari del Sud della Francia. Sono territori attraversati da profondi cambiamenti urbanistici, segnati da una forte presenza popolare e da una lunga storia di migrazioni.
Rossy de Palma
Il dialogo con il territorio si ritrova nel progetto di Ernesto Artillo, che ha osservato le trasformazioni urbanistiche in corso attorno alla futura stazione dell’alta velocità. Utilizzando materiali provenienti dai cantieri e dalle tante demolizioni di case tradizionali, tra mattoni, frammenti di ceramica ed elementi in ferro, l'artista ha costruito una sorta di torre, perfettamente mimetizzata nel panorama di macerie, che potrebbe essere al tempo stesso una rovina o un edificio in costruzione. Un'opera che interroga il significato stesso della parola cambiamento. Che cosa resta quando una città si trasforma? Quali memorie sopravvivono alle grandi operazioni urbanistiche? E in che modo gli abitanti possono continuare a riconoscersi nei luoghi che abitano?
Interrogativi che si legano a un altro grande tema della manifestazione: il passaggio. Passaggio di persone, culture, lingue e memorie. La storia dell'esilio repubblicano spagnolo post 1939 riaffiora nelle opere disseminate lungo il percorso, senza mai trasformarsi in semplice commemorazione. Il passato viene evocato per interrogare il presente. Uno dei cuori concettuali del festival è «Danses interdites» (Danze proibite) un progetto espositivo diffuso, a cura di Clément Postec, che si sviluppa tra la Médiathèque José Cabanis, il Garage Bonnefoy, il Centre Culturel Bonnefoy, Les Herbes Folles e altri spazi del festival. Il titolo nasce da una riflessione che affonda le radici nella biografia stessa di Rossy de Palma. Cresciuta nella Spagna uscita dal franchismo, l'artista ha spesso ricordato come il corpo, la danza e la musica abbiano rappresentato strumenti di emancipazione dopo decenni di repressione culturale. Da questa esperienza personale prende forma una riflessione più ampia sulle danze proibite, censurate o marginalizzate in diversi contesti storici e geografici.
Artisti di età e culture differenti sono accomunati dall’idea del corpo come luogo di resistenza e memoria, come archivio della libertà. Le loro opere raccontano movimenti che sopravvivono alla censura, tradizioni trasmesse nonostante la violenza della storia, gesti capaci di custodire identità collettive. Rebecca Topakian, ad esempio, riflette sulla memoria armena dopo l‘espulsione della popolazione del Nagorno-Karabakh. Nel suo video la danza popolare diventa archivio vivente, forma di resistenza all'oblio e strumento di trasmissione culturale. Flessuoso e regale, Ahmed Umar si riappropria del rito delle danze nuziali femminili del Nord del Sudan, recuperando anche costumi e accessori tradizionali; in «Never 21» Smail Kanouté utilizza invece il linguaggio del movimento per affrontare il tema della violenza sistemica contro i giovani afroamericani negli Stati Uniti (destinati a non arrivare all’età adulta a causa del diffusissimo uso delle armi); donne Anishinaabe (popolazioni indigene del Nord America) di diverse generazioni, nel video «PIDIKWE» di Caroline Monnet si muovono un vortice di danza tradizionale e contemporanea, sovvertendo le rappresentazioni idealizzate del cinema delle origini e lo sfruttamento coloniale del corpo femminile. Nell’installazione tessile «La Chambre du matador», affiancato da un video di corride, l’artista Darius Dolatyari-Dolatdoust, come un entomologo che infilza una farfalla su un cartoncino, ha cucito i vari elementi che compongono la «mise» del matador. L’immagine virile e dominante dell’archetipo del torero appare così una figura profondamente ambigua, tra un’esibita mascolinità che sfida la morte e la sgargiante vistosità del guardaroba. Altri artisti ancora esplorano il rapporto fra spiritualità, appartenenza e costruzione dell’identità.
Anche la sivigliana Pilar Albarracín lavora da tempo sugli stereotipi legati all’identità spagnola, trasformandoli in strumenti critici. La sua performance «En la piel del otro»(Nei panni dell’altro) ha coinvolto centinaia di partecipanti in una lunga sfilata/processione che partita dall’Osservatorio astronomico di Jolimont ha attraversato la città, concludendosi davanti alla Gare Matabiau. Donne e uomini in coloratissimi abiti da flamenco hanno attraversato una torrida Tolosa accompagnati da musiche popolari spagnole, trasformando le strade in un grande spazio performativo collettivo. In questa performance, in origine pensata come omaggio a Guernica, Albarracín si serve di uno dei simboli più riconoscibili dell'immaginario andaluso per interrogare il tema dell’identità e ripensare il folklore, visto non come un cliché ma come uno strumento vivo d’identità e trasformazione. Nessuna coreografia fissa, nessun ruolo prestabilito: ciascun partecipante era libero di interpretare il proprio corpo e la propria presenza nello spazio pubblico. L’eco della performance continua a risuonare anche nelle gigantografie visibili sulla facciata della Gare Matabiau, che trasformano il principale luogo di transito della città in una sorta di monumento temporaneo dedicato al movimento e all'incontro.
Ritroviamo l’artista andalusa al primo piano dello spazio Lieu-Commun, nella collettiva «Diaspora Wonderland», un progetto itinerante nato da un’idea di Lofti Aoulad che che dopo Tolosa passerà in autunno al Macaal di Marrakech. Attraverso le fotografie d'antan di Albarracín, con le macchine degli emigrati dai portapacchi straripanti di bagagli, il megagioco degli scacchi in tessuto, creato con stoffe tradizionali marocchine, di Zoubida / Sophia Kacimi e i dipinti di Nassim AzarzarI, ispirati dai coloratissimi decori dei camion del Marocco, la mostra a cura di Lotfi Aoulad, Merriem Berrada, Clément Postec riflette sull’immagine dei paesi lasciati con cui i bambini delle diaspore afro-mediterranee nati dall’esilio sono cresciuti, un’immagine trasmessa da genitori essi stessi lontani dai cambiamenti. Fotografie, archivi, installazioni e opere site specific raccontano le tracce lasciate dagli spostamenti forzati, le memorie che resistono al tempo e i modi in cui le comunità costruiscono nuove appartenenze lontano dai luoghi d'origine. Alcuni lavori evocano direttamente la guerra civile spagnola e l'esilio repubblicano che segnò profondamente la storia di Tolosa. La domanda comune a tutti è: che cosa resta quando si è costretti a partire? La risposta risiede nella capacità delle persone di reinventare continuamente la propria identità. Restano le fotografie, i racconti familiari, gli oggetti, i gesti quotidiani. E spesso è proprio l'arte a diventare il luogo in cui queste tracce possono continuare a vivere. I temi dell’esilio e della migrazione risuonano anche al piano inferiore, dove la collettiva «Entre les deux, des chemins», a cura ancora di Postec con Manuel Pomar, riunisce opere di dodici artisti nati, residenti, che hanno vissuto, studiato o lavorato in Occitania.
Tornando all’Osservatorio di Jolimont, lo storico complesso sulla collina, fondato nel 1910 e sede della Société d’Astronomie Populaire, con il meraviglioso parco che lo circonda si è popolato di altre «stelle», quelle del cinema soprattutto, fotografate da Manuel Outumuro. Nato in un paesino rurale della Galizia, parte di quella «España vaciada» spopolata negli anni Cinquanta e Sessanta dall'emigrazione, Outumuro è cresciuto con le donne della sua famiglia, mentre i genitori cercavano fortuna altrove. Le sue foto di grandissimo formato emergono tra gli alberi come apparizioni silenziose, instaurando un dialogo continuo tra natura, memoria e rappresentazione. Sono le «Femmes d’autres mondes», donne di un altro mondo agli occhi delle amorevoli nonne e zie con cui il fotografo viveva: figure femminili (c'è anche una patinatissima Rossy de Palma) dell'immaginario cinematografico e culturale che hanno accompagnato il suo percorso professionale di affermato fotografo di moda e costume.
Negli spazi sotterranei dell’Osservatorio è proiettato invece il film «like moths to light» di Gala Hernández López, coprodotto con il nostro Lo Schermo dell’Arte. Il lavoro esplora i nostri sogni nell’era dell’Intelligenza Artificiale e delle nuove forme di controllo, riflettendo sul futuro dei nostri mondi onirici. La voce narrante parla dall’interno di una inquietante macchina che registra la sua attività cerebrale, descrivendo un labirinto mentale che mescola un vecchio parco divertimenti, il Dreamland, fotografie dell’Ottocento, esperimenti contemporanei di decodifica cerebrale tramite IA e Prophetic, una start up il cui obiettivo è controllare i sogni con un dispositivo che, «così come Prometeo aveva rubato il fuoco agli dèi, ruba i sogni ai profeti». La notte è (dovrebbe essere) uno spazio di introspezione, in cui il soggetto si libera dalle logiche razionali del giorno per esplorare l’inconscio e il superfluo; uno spazio finora invalicabile, di silenziosa resistenza al ritmo della quotidianità, che ci vorrebbe tutti iper produttivi. Il film intreccia narrazioni attorno alle tecnologie di manipolazione e decodifica dei sogni, rivelando l’ossessione storica dell’essere umano per il controllo dell’invisibile, la volontà di rendere tutto visibile, intelligibile, quantificabile e quindi sfruttabile. Critica così la deriva di un neurocapitalismo che, colonizzando persino il mondo onirico, potrebbe eliminare ogni traccia di ombra e di mistero essenziali per l’immaginario e la poesia.
Un fotogramma di «like moths to light» di Gala Hernández López. Foto © Vincent Baume
La scelta di Rossy
Culmine dell’esperinza di «artista associata» del Festival è la mostra che Rossy de Palma ha ideato per Les Abattoirs, l'ex macello ora Musée-Frac Occitanie Toulouse attingendo a mani libere alla cospicua collezione di artisti spagnoli e ibero americani del museo. Superata la bella retrospettiva su Jean-Charles de Castebajac e scendendo al piano inferiore, un salone bianco punteggiato da sedili-sassi (morbidissimi) acciglie l'accrochage dell’attrice, per la cura di Tatiana Rybaltchenko. Fortemente orientati al collezionismo di artisti iberici, proprio per la vicinanza geografica e culturale con il Paese confinante, Les Abattoirs hanno un nucleo notevole di lavori di artisti storicizzati e contemporanei, Pablo Picasso, Manolo Millares, Eduardo Arroyo, Antoni Clavé, Equipo Crónica, Antonio Saura, Miquel Barceló, arricchitosi, in particolare nell'ultimo decennio, con opere di artiste e di creatori dell'America Latina: Ouka Leele, Pilar Albarracín, Teresa Margolles, Carlos Aires, Libia Posada e Daniela Ortiz, tra gli altri. Spaziando tra pittura, fotografia e opera grafica, la sensibilità e lo sguardo di Rossy de Palma, che si definisce «una creatura dadaista e surrealista», ha creato corrispondenze inattese, creando una summa della creatività spagnola. La mostra proseguirà oltre la chiusura del festival, fino al 26 novembre.
Ahmed Umar, «Talitin». Foto © Jakob H. Svensen
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