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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliPrima si seguivano i soldi. Oggi si segue il rumore. E nel passaggio tra le due cose si misura tutta la distanza che ci separa da «Tutti gli uomini del presidente», che a cinquant’anni dalla sua uscita smette di essere un classico e torna a essere, con una puntualità quasi imbarazzante, un dispositivo di lettura del presente.
Quando Alan J. Pakula lo porta al cinema nel 1976, l’America ha appena attraversato il trauma dello scandalo Watergate e ha bisogno, letteralmente, di capire che cosa sia successo. Non è un caso che il film venga presentato a Washington: più che un’anteprima, sembra una seduta pubblica di chiarimento. Hollywood, per una volta, non semplifica. Traduce.
Siamo nel cuore della cosiddetta New Hollywood, o Rinascimento hollywoodiano: un decennio, gli anni ’70, in cui il controllo creativo passa, almeno per un momento irripetibile, dagli studios agli autori. È il tempo degli antieroi, dei finali sospesi, di un realismo che incrina le narrazioni ufficiali. Un cinema adulto, ambiguo, spesso scomodo, che riscrive le regole prima dell’arrivo dei blockbuster. E Tutti gli uomini del presidente ne è una delle espressioni più lucide: non solo per quello che racconta, ma per come decide di raccontarlo.
La materia è incandescente: due giornalisti di «The Washington Post», Bob Woodward e Carl Bernstein, seguono una traccia apparentemente marginale e finiscono per scoperchiare un sistema. A interpretarli sono Robert Redford e Dustin Hoffman, coppia perfettamente calibrata anche sul piano simbolico: Redford arriva dal successo politico e paranoico de «I tre giorni del Condor», mentre Hoffman porta con sé l’intensità quasi febbrile di «Lenny». Due traiettorie diverse, un unico punto di convergenza: il dubbio.
Il film li segue passo dopo passo, con una lentezza che oggi definiremmo quasi sovversiva: telefonate, porte chiuse, archivi, appunti. Nessuna rivelazione spettacolare, solo accumulo. E fiducia, o meglio, la possibilità della fiducia.
Rivederlo oggi, nel pieno dell’era delle verità intermittenti, fa un certo effetto. Non tanto per quello che racconta, ma per quello che presuppone. Che la verità esista. Che sia raggiungibile. Che, una volta emersa, produca conseguenze. Nel 1974 Richard Nixon si dimette. Fine della storia, almeno sulla carta. Oggi, invece, abbiamo imparato che la realtà può essere documentata, verificata, persino processata, e tuttavia non bastare.
Prendiamo il presente più recente, quello che scorre tra documenti desecretati e archivi digitali: i cosiddetti «Epstein files». Un caso che, come Watergate, parla di potere, reti, coperture. Ma con una differenza sostanziale: qui la verità non esplode, si disperde. Si frammenta in una miriade di versioni, interpretazioni, sospetti. Non c’è un momento di rivelazione collettiva, ma una continua diluizione. E lo spettatore, o il lettore, resta sospeso, senza catarsi.
È qui che «Tutti gli uomini del presidente» diventa quasi disturbante. Non per quello che mostra, ma per quello che manca: il rumore. Nel film di Pakula, il silenzio è funzionale. «Io non amo la stampa. Non ho simpatia per la superficialità ed inesattezza», dice Gola Profonda, e oggi quella frase suona meno come diffidenza e più come diagnosi. La celebre idea del «follow the money», che non era nemmeno nei pezzi originali, ma nasce dalla sceneggiatura di William Goldman, diventa una bussola. Oggi, seguire il denaro è spesso inutile: il denaro si mostra, si esibisce, si normalizza.
Personalmente, la cosa che colpisce di più non è nemmeno la bravura chirurgica del film, pure straordinaria, ma il mondo che gli sta attorno. Un giornale che investe tempo, risorse, credibilità. Un direttore come Ben Bradlee che frena, verifica, insiste. Un sistema che, pur sotto pressione, regge. È un’idea quasi romantica del giornalismo, ma senza retorica. Nessun eroe solitario, nessun colpo di genio. Solo metodo.
E qui, inevitabilmente, scatta il confronto. Oggi il giornalismo corre. Pubblica prima, verifica dopo (quando verifica). Le redazioni si assottigliano, il tempo si comprime, la fiducia evapora. E non è solo una questione tecnologica. È una questione strutturale: il sistema che nel film rende possibile la verità oggi appare fragile, se non compromesso. «Gli argomenti di una campagna elettorale sono la pace e la prosperità, non i fondi spesi per ottenerla», si sente dire al telefono nel film, e viene da chiedersi se oggi esista ancora qualcuno disposto anche solo a fingere una distinzione simile.
Eppure, nonostante tutto, il film non è pessimista. O meglio: non è cinico. La fotografia di Gordon Willis, quei contrasti netti tra la luce della redazione e l’oscurità dei garage, suggerisce che la verità è difficile, ma non impossibile. Che esiste uno spazio, per quanto ristretto, in cui può emergere.
Forse è questo che rende il cinquantenario meno celebrativo del previsto. Non è un anniversario, è una verifica. «Tutti gli uomini del presidente» non ci dice cosa è stato il Watergate. Ci chiede che cosa siamo disposti a fare, oggi, per qualcosa di simile.
E la risposta, se dobbiamo essere onesti, non è particolarmente rassicurante.
Perché se nel 1976 il cinema serviva a spiegare la realtà, oggi rischia di essere il luogo in cui rifugiarsi da una realtà che non riusciamo più a spiegare. E allora sì, forse il vero paradosso è questo: cinquant’anni dopo, non è il film ad aver bisogno di essere restaurato in 4K.
Siamo noi.
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