Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Umberto Allemandi

Image

Umberto Allemandi

Umberto Allemandi raccontato da Luca Beatrice

Pubblichiamo la pagina dedicata all’editore torinese dal critico d’arte in Le vite. Un racconto provinciale dell’arte italiana, Venezia, 2023, Marsilio Editori

Luca Beatrice

Leggi i suoi articoli

«I’m an alien, I’m a legal alien, I’m an Englishman in New York», canta Sting, e anche a Torino c’è un gentiluomo all’inglese che ha sempre vestito gli abiti di Jack Emerson, storica sartoria maschile inventata da un signore stiloso di nome Cesare Barbero, modello di understatement britannico adattato al grigiore della prima capitale d’Italia. Umberto Allemandi adora quel gusto raffinato e non a caso ha sposato in seconde nozze la storica dell’arte londinese Anna Somers Cocks. Da ventenne, giovane studente di lettere, sedevo spesso nel salotto di casa Allemandi, sulla collina di Moncalieri: il verde si affacciava dalle ampie vetrate, le librerie fitte di volumi, il lungo tavolo da pranzo e l’arredo di design. Complice della frequentazione, la storia d’amore con Beatrice, figlia di Umberto. Sfogliavo avidamente i cataloghi d’arte sistemati sul tavolino basso di vetro («Hai le mani pulite?», si accertava lui) che riceveva in omaggio, libri illustrati e pregiati come quelli meravigliosi di Franco Maria Ricci, i volumi stranieri, i saggi. Non sapevo molto, in verità quasi nulla, di arte contemporanea, e deve essere stato proprio il desiderio, ai limiti dell’invidia, suscitato da quei libri che mai sarebbero entrati e per giunta gratis a casa mia a farmi pensare, ma più probabilmente sognare, per il mio futuro una professione che mi permettesse di stare in mezzo alla carta e alle immagini, e se proprio fosse andata male avrei aperto una libreria di rarità. Negli anni Ottanta Umberto Allemandi era il volto nuovo dell’editoria culturale in Italia.

Dopo l’esperienza di copywriter da Armando Testa, il geniale pubblicitario nei cui confronti a Torino c’è una vera e propria venerazione, tra il 1961 e il 1981 aveva lavorato dall’editore Giulio Bolaffi, inventando il celebre Catalogo Bolaffi dell’arte moderna, un annuario molto atteso dai mercanti e dai collezionisti che in pratica certificava l’esistenza di un artista, del quale veniva riportata una scheda illustrata con tanto di quotazione. Funzionava così: i grandi, De Chirico o Guttuso per esempio, avevano il posto garantito, mentre il signor Rossi o la signora Bianchi di turno pagavano la quota di iscrizione. Galleristi, mercanti, gli artisti stessi, investivano denaro nel Catalogo Bolaffi senza il cui imprimatur sarebbe stato difficile essere presi in considerazione dai collezionisti.

Nel 1982 per Umberto arrivò il momento di mettersi in proprio, fondare la sua casa editrice in una palazzina lussuosa della precollina e dar vita, l’anno dopo, a «Il Giornale dell’Arte», che fu un’eccellente invenzione, a partire dal formato. Non una rivista patinata, infatti, ma un vero e proprio giornale il cui gusto si ispirava al «Times», con una foliazione importante, in cui l’arte era trattata da più punti di vista, soprattutto quello politico ed economico, accanto ad un’informazione scrupolosa e puntuale. Non era, dunque, un organo militante ma prima di tutto di informazione, il che lasciava intendere che ci fosse abbastanza materiale per dire qualcosa di nuovo ogni mese, non solo sul contemporaneo, ma anche su restauro, conservazione, beni e politiche culturali. Sono passati quarant’anni da allora e «Il Giornale dell’Arte» continua a uscire in edicola, incurante delle mode, rimasto uguale a se stesso nel formato (oggi stampa a colori, un tempo in bianco e nero) e nella grafica, con l’aggiunta dell’inserto fotografico «Vernissage». Sopravvissuto alle crisi mantenendo intatta la qualità della proposta, Allemandi chiama a scrivere più giornalisti che critici, raccomandando sempre, come ogni buon direttore: un articolo breve è sempre meglio di un articolo lungo. Il giornale è la creatura di Allemandi in tutti i sensi. Nel corso delle nostre discussioni salottiere, una volta mi disse che fin da piccolo aveva sognato di fare il giornalista e l’editore; era stato l’animatore del giornalino della scuola. Quello e non altro, nessun piano b: meglio scartare ipotesi di riserva e concentrarsi su una soltanto. Ottimo consiglio di cui ho fatto tesoro: inutile disperdere energia su piani di riserva o premi di consolazione. Nella sua casa editrice mi sono intrufolato per amore e per forza, per effetto della mia pervicacia, ignorando talora di essere ospite indesiderato. Per Allemandi ho fatto di tutto: autista, magazziniere, correttore di bozze, venditore di libri alle mostre. Nelle stanze di via Mancini ho conosciuto una delle mie migliori amiche, Vince Porgi (con la sua complicità ho «occupato» per mesi un computer della casa editrice per scrivere la tesi di laurea in Storia del cinema), ho frequentato la casa di Eva, moglie di Luigi Carluccio, il critico d’arte scomparso da pochi anni mentre era direttore della Biennale di Venezia, che ci ospitava spesso a cena dove veniva anche il redattore capo, Mario Pagani, che avrei poi ritrovato ad «Arte Mondadori», e Alessandro, il figlio più grande di Umberto, con cui ho mantenuto un buon rapporto di amicizia che dura tutt’oggi. Oltre al «Giornale», Allemandi pubblicava libri molto curati e subito riconoscibili per via del particolarissimo celeste acquamarina delle copertine (il celeste Allemandi), un elemento di forte identità ispirato a una carta da lettere inglese. All’interno prediligeva la raffinata carta uso mano e i testi erano composti in un font molto elegante. Il suo catalogo editoriale ospitava alcuni studiosi illustri come Alvar González-Palacios, che fu Allemandi a far conoscere in Italia, a dimostrazione del respiro internazionale della casa editrice. Pubblicò anche il duro pamphlet di Jean Clair, Critica alla modernità, il libro ritrovato del pittore-scrittore Italo Cremona, Il tempo dell’Art Nouveau, la monografia su Raffaello di Sir John Pope-Hennessy, la biografia di Alberto Giacometti firmata da James Lord e, tra le chicche, fu il primo a interessarsi alle fotografie erotiche di Carlo Mollino. Erano ancora i tempi in cui i libri si facevano per il piacere di farli e comunque si vendevano bene perché il mercato era florido, il pubblico attento e ricettivo nei confronti delle proposte valide e preziose.

Non so se Umberto Allemandi avrebbe scommesso su di me. A vent’anni non ero proprio il modello di comportamento e di lignaggio che aveva immaginato per la figlia: ultrà di calcio, intemperante a cui bastava un bicchiere in più per uscire dal seminato e, soprattutto, la moto che detestava, intimandomi di non portarci mai Beatrice, avvertimento che non presi mai neanche in considerazione. Credo che abbia salutato con favore la fine della nostra storia e il mio addio al suo salotto, eppure non ci siamo mai persi di vista, anzi forse ha assistito, spettatore parzialmente interessato, al mio percorso da lontano, confessandomi qualche volta di aver apprezzato la mia insistenza. Ancora oggi, quando ci incontriamo, mi rimprovera con affetto la barba troppo lunga e i jeans sdruciti che sono parte integrante del mio modo di essere, tanto quanto il suo Harris Tweed e il cappotto color cammello. Chissà: non essendo riuscito a diventare come lui, sono diventato me stesso.

Luca Beatrice, 05 marzo 2025 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Africana, apolide, sintesi tra le nuove istanze del Global South, dalla direttrice della Biennale d’Arte 2026 ci si aspetta una visione che affermi la centralità dell’Africa nel sistema dell’arte

Il beato angelico • Il tanto criticato e discusso allestimento alla Gnamc voluto dall’ex ministro Sangiuliano è in realtà molto ricco, interessantissimo e vivace

Il beato angelico • Uno scultore in terra di pittori che occupa un posto particolare nella Pop art italiana

Luca Beatrice si interroga sul prototipo di esponente del movimento d’avanguardia del secolo scorso e prova a realizzare un identikit dello stesso attualizzato ai giorni nostri

Umberto Allemandi raccontato da Luca Beatrice | Luca Beatrice

Umberto Allemandi raccontato da Luca Beatrice | Luca Beatrice