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Un laboratorio culturale nella Fortezza del Girifalco

Proseguono i restauri di una delle più strategiche architetture militari medicee, che dal 2015 è tra le sedi del Festival Cortona On The Move. Grazie all’Art Bonus di Intesa Sanpaolo, recuperati gran parte degli spazi e avviati i progetti per farne un centro permanente di arte e fotografia

Jenny Dogliani

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Da quasi cinque secoli la Fortezza del Girifalco domina la Valdichiana dalla sommità del colle di Cortona. E prima ancora, probabilmente già tra il VI e il V secolo a.C., sullo stesso sperone esisteva un presidio fortificato. I muri che oggi accolgono mostre di fotografia internazionale sono gli stessi che hanno attraversato le guerre medievali tra Cortona e Arezzo, il passaggio della città alla Repubblica fiorentina nel 1411 e la grande stagione della militarizzazione medicea del Cinquecento. Esaurita la funzione militare, con le riforme leopoldine del Settecento e la fine del ruolo strategico delle fortificazioni, però, il Girifalco perde progressivamente centralità. Per secoli rimane una presenza dominante nel paesaggio di Cortona, ma sempre più marginale nella vita cittadina.Quando Cortona On The Move ne ha assunto la gestione nel 2015, la fortezza si presentava con una fruibilità limitata e con la necessità di un urgente ed esteso programma di recupero. La convenzione stipulata dal Comune di Cortona nasceva infatti dalla scelta di un progetto di riqualificazione funzionale e programmatica che immaginava il Girifalco come un polo internazionale di produzione culturale ed esposizione artistica, un organismo vivo nel quale la fotografia diventava strumento di tutela, rigenerazione e persino di responsabilità civica. La gestione affidata all’Associazione On The Move ha avviato un processo di restituzione costruito attraverso una rete di responsabilità condivise, nel quale il sostegno di Intesa Sanpaolo ha assunto un ruolo decisivo. Attraverso l’Art Bonus, il Gruppo bancario sta finanziando il recupero progressivo del mastio centrale, contribuendo a restituire alla comunità e ai visitatori alcuni degli spazi più significativi della fortezza. Il profilo architettonico, che ancora oggi la caratterizza, si definì nel XVI secolo, quando Cosimo I de’ Medici la dotò dei quattro bastioni e del Corpo di Guardia, opera dell’ingegnere militare Gabrio Serbelloni e dell’architetto cortonese Francesco Laparelli. Al centro del complesso si sviluppa il mastio, nucleo principale della fortezza, articolato su quattro livelli e oggi destinato in larga parte alle attività espositive. 
«I progetti a cui stiamo pensando riguardano in gran parte sempre la fotografia e il contemporaneo. Vorremmo realizzare delle mostre invernali, inedite o dei “best off” di Cortona On The Move, da Natale a Pasqua. L’idea è di avere un Fortezza come centro delle arti, ospitare sia mostre ed eventi organizzati da noi sia proposti da altri. La Convenzione decennale siglata con il Comune di Cortona per la gestione della Fortezza del Girifalco prevedeva un impegno da parte della nostra associazione a reperire circa 300.000 euro per interventi urgenti volti a migliorare l’accessibilità al complesso monumentale. In realtà la progettazione di riqualifica e rifunzionalizzazione sviluppata ha permesso in 10 anni di reperire quasi 4 volte tanto e, grazie a finanziamenti della Regione Toscana (Bandi Città Murate), della Fondazione CRF (Bandi Spazi Attivi) e di Intesa Sanpaolo (attraverso Art Bonus), sono stati realizzati una serie di interventi che sono andati molto oltre le migliorie all’accessibilità. Basti dire che la Fortezza fino al 2015 era visitabile per metà, 2 dei 4 bastioni erano in parte crollati, infestati da rovi e completamente inaccessibili. Adesso sono stati restaurati e aperti al pubblico e ospitano ogni anno alcune delle mostre più belle di Cortona On The Move. Nel corso di quest’anno oltre a riqualificare il secondo piano del Mastio centrale grazie al supporto di Intesa Sanpaolo, verrà effettuato anche il rifacimento della copertura. Ciò permetterà di eliminare le infiltrazioni d’acqua invernali e renderà utilizzabile il Palazzo anche nei mesi invernali. Un ulteriore passo, per completare questo percorso, sarà quello relativo alla futura  sostituzione degli infissi e all’installazione di termodiffusori», spiega Nicola Tiezzi dell’Associazione Culturale On The Move. 

In poco più di un decennio sono stati recuperati percorsi e bastioni, riqualificate le rampe di accesso, restaurati tratti delle mura, ripristinato l’ascensore del mastio, migliorati gli impianti, implementati nuovi sistemi di illuminazione e di sicurezza, creati spazi per spettacoli e installazioni, sviluppati allestimenti modulari e strumenti di interpretazione del complesso monumentale. La riqualificazione ha progressivamente investito l’intera fortezza: dal recupero di circa cinquanta metri di mura alla realizzazione di un camminamento lungo le mura etrusche adiacenti al complesso, dalla valorizzazione dei bastioni di San Giusto e di Sant’Egidio alla riapertura dell’ascensore del mastio, alla creazione di nuove infrastrutture per la fruizione culturale, fino alla sperimentazione di Cortona Contemporary con allestimenti modulari in corten al secondo piano del mastio. Questo percorso di restituzione trova oggi uno dei suoi passaggi più significativi nel recupero del mastio centrale, sostenuto da Intesa Sanpaolo attraverso l’Art Bonus grazie a un progetto firmato dalla professoressa Bianca Gioia Marino, docente di Restauro dell’architettura all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Le sale restaurate raccontano secoli di trasformazioni, dalla prima edificazione medievale alla ricostruzione cinquecentesca successiva al crollo di parte dell’edificio. Le differenze nelle tessiture lapidee testimoniano ancora oggi questa lunga stratificazione, che il progetto ha voluto conservare e rendere leggibili. Per esempio la pavimentazione: il cotto storico, fortemente deformato e segnato da dislivelli è stato conservato ed è attraversato da un pavimento galleggiante in legno, completamente reversibile, posato al di sopra della superficie originaria senza alterarla. Lo stesso principio guida tutti gli altri interventi. Per evitare danni alle murature storiche sono stati realizzati ventinove pannelli mobili e leggeri destinati a ospitare opere e apparati informativi. L’illuminazione è stata completamente ripensata attraverso sistemi a binari e punti luce che valorizzano tanto le opere esposte quanto le superfici murarie e i dettagli della pavimentazione storica. Le porte lignee danneggiate dall’umidità sono state restaurate e protette con nuove coperture metalliche che non imitano l’antico, ma dichiarano con chiarezza l’intervento contemporaneo. Anche le tinteggiature sono state ripensate per ristabilire un equilibrio cromatico con le murature in pietra. L’Art Bonus, introdotto nel 2014 per favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura, trova qui una delle sue applicazioni più interessanti: la costruzione di un’infrastruttura culturale permanente, destinata a produrre effetti nel lungo periodo, mettendo inoltre in relazione soggetti che raramente riescono a dialogare con questa continuità: un’impresa privata, un’associazione culturale, un’amministrazione pubblica e il mondo della ricerca universitaria. Il risultato è una forma di responsabilità condivisa che offre anche una riflessione più ampia sul destino del patrimonio italiano, troppo imponente per vivere grazie al solo intervento pubblico. È importante creare nuove comunità di cura, trovare nuovi soggetti disposti a investire tempo, risorse e progettualità nel futuro comune.

Dietro le quinte del progetto di restauro

Il cantiere del Girifalco ha reso leggibili le tracce del tempo, trasformando il restauro in uno strumento di conoscenza. Bianca Gioia Marino, docente di Restauro dell’architettura all’Università Federico II di Napoli, racconta la filosofia che ha guidato il progetto.

Durante il cantiere sono emersi nuovi dati sulla storia costruttiva che hanno consentito di comprendere meglio le diverse fasi di vita del Girifalco?
Possiamo dire che abbiamo reso leggibili ed evidenti i dati conoscitivi e la storia costruttiva della fortezza. Il progetto di restauro, di protezione e manutenzione delle sale del Palazzo del Capitano, il mastio della Fortezza del Girifalco, si è potuto basare di fatto su studi pregressi e su una conoscenza approfondita della sua articolazione e delle sue tracce storiche, a seguito di un Workshop transdisciplinare (Across the Stones. Immagini, paesaggi, memoria. La conoscenza interdisciplinare per la conservazione e la valorizzazione della Fortezza del Girifalco) che, pochi anni fa, ha messo in luce valori materici e intangibili, con indagini strumentali e riprese fotografiche/video interpretativi. Il pattern logico, perciò, del progetto è stato quello di inserirsi nella trama delle trasformazioni per generare ulteriori tracce che però non fossero in competizione con le quelle della preesistenza ma ne fossero, dialetticamente, uno strumento di lettura e comprensione.

 Il tema progettuale aveva una sua fascinazione… 
L’utilizzo delle sale, per fini culturali, destinate ad ospitare mostre fotografiche, ha fornito subito la “materia” del progetto di restauro: la messa in luce della preesistenza e, accanto, la messa in mostra del contemporaneo, latore di altre immagini, in una dimensione diacronica. Un parallelismo che ha animato l’aspetto storico critico delle scelte progettuali: la fotografia come “strumento critico di indagine” e il restauro come “strumento critico di progetto”. Due realtà a confronto che diventano, per l’utente che visita le mostre, due esperienze che si arricchiscono reciprocamente nella relazione tra oggetto percepito e soggetto che percepisce. Un’occasione stimolante per delle sale quasi asfittiche nella loro irregolare articolazione degli spazi caratterizzati da assenza di illuminazione, da monoliticità tipologica e cromie inadeguate. Perciò, il primo fattore di irregolarità – il lato inclinato della ricostruzione cinquecentesca che ha modificato il primitivo impianto del mastio – è stato il driver progettuale, la spina dorsale che ha, al contempo, sottolineato il punto di “sutura” tra la struttura medievale e quella del XVI secolo. La protezione, prevista nella procedura di finanziamento, ha informato poi il resto delle scelte progettuali: dall’allestimento fino alla pavimentazione.

 Come avete bilanciato nel progetto il restauro conservativo e integrativo?
Purtroppo ancora oggi è diffusa l’idea che il restauro sia ripristino, cioè il rifacimento di parti come se le stesse testimonianze di una lacuna o di una mancanza non facessero parte di una storia e, vista come una mera sottrazione figurativa, si tende a colmarla e cancellarla come se nulla fosse accaduto. Oggi, anche a livello estetico, si sente l’esigenza della documentalità dell’architettura storica, e di un approccio conservativo più rispettoso del testo architettonico rimasto leggibile. Ciò, però va sempre inteso all’interno di un complesso processo critico nella ricerca di un equilibrio tra questioni tecniche, figurative e storiche e, per questo, si spera nella possibilità di ulteriori indagini strumentali non invasive che possano incrementare l’interesse storico e la conoscenza di questa significativa struttura difensiva.

 Il progetto è caratterizzato da soluzioni reversibili e poco invasive. Quali materiali avete utilizzato?
Un intervento per la preesistenza che abbia l’obiettivo di mettere in luce i valori dell’architettura storica per trasmetterli integralmente alle future generazioni, si deve muovere nell’alveo teorico metodologico del progetto di restauro, seguendo quei criteri che ne strutturano i principali cardini. Tra questi, quelli come la reversibilità e il minimo intervento, li ritroviamo espressi in questa occasione. I materiali prescelti sono stati principalmente il legno e il metallo, materiali “primitivi” suggeriti dall’immagine della fortezza, compatibili perciò con lo status della preesistenza. Materiali che, oltre a soddisfare esigenze di compatibilità ed equilibrio di tipo estetico, rispettano il criterio della distinguibilità, vale a dire l’evidenza di un intervento contemporaneo contrariamente a qualcosa che invece dissimuli l’antico, falsificando l’intervento progettuale stesso. La finitura del legno e degli elementi metallici consente di percepire i nuovi inserimenti come un’aggiunta silenziosa che porta a leggere gli ambienti e le opere con un approccio integrato alla fruizione. Le sale non sono un mero “contenitore”, ma uno spazio che incrementa l’esperienza cognitiva delle opere in mostra.

 Quali sono stati gli interventi principali?
L’azione principale, di tipo anche tecnico, è stata la protezione della pavimentazione e delle superfici murarie. La prima, deformata e costituita da mezzane laterizie fessurate, riconducibile alla fase post cinquecentesca, ha richiesto un intervento estremamente conservativo. Si è adottata una pavimentazione galleggiante in legno, posata a secco, in modo da assicurare la completa ispezionabilità della pavimentazione originaria, con la tecnologia PRO-LOCKTM e la finitura con doghe (Design De Lucchi per Listone Giordano). La pavimentazione, che consente il superamento delle barriere architettoniche, alloggia i cavi impiantistici e contiene i corpi illuminanti che sottolineano valori materici delle murature e la presenza di diversa pavimentazione in pietra.

 Un libro «a cielo aperto»
La messa in evidenza della più consistente trasformazioni della fortezza sono segnalate dalla posa del legno: il passaggio-enfilade conferisce unitarietà alle singole sale seguendo l’inclinazione cinquecentesca, mentre la posa del legno segnala la parte medievale e quella successiva. La reversibilità e la modularità caratterizzano anche i pannelli per l’allestimento. L’obiettivo di proteggere le superfici murarie e di conferire ai nuovi elementi un’immagine contemporanea, ma allo stesso tempo autentica nella sua funzione, ha condotto a realizzare un sistema di telai sospesi, con griglie metalliche, le quali si pongono come ulteriori layers alla stratificazione storica presente e modulano la luce proveniente dal basso che sottolinea la leggerezza del dispositivo allestitivo.

 Anche la tinteggiatura delle pareti è frutto di un’attenta analisi degli ambienti.
La cromia morbida di una tinteggiatura delle superfici murarie e voltate, compatibile con la pietra arenaria delle murature, si accorda all’illuminazione, consentendo all’utente un percorso narrativo e un’esperienza di visita in cui i dettagli sono suggeriti, come suggerita è, attraverso le opere e la percezione delle tracce della preesistenza, la riflessione sul rapporto tra il passato e la contemporaneità. Un contributo perciò alla fenomenologia dell’esporre, che si sottrae alla a-sensorialità dell’usuale white box e che predispone alla potenzialità di relazione tra spazio, contenuto e utente.  Un contributo, direi, dovuto alla fortezza, ai visitatori e all’operazione di finanziamento.

Jenny Dogliani, 02 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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