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Una veduta della Torre Grimaldina

Foto tratta da Wikipedia. Foto Postcrosser | CC BY SA 3.0

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Una veduta della Torre Grimaldina

Foto tratta da Wikipedia. Foto Postcrosser | CC BY SA 3.0

Una vista su Genova a 360 gradi dalla Torre Grimaldina riaperta

Uno dei luoghi simbolo di Palazzo Ducale e del capoluogo ligure per circa un anno è stato sottoposto a un accurato intervento di conservazione e restauro, che ha interessato sia gli interni, sia gli esterni

Vittorio Bertello

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A Genova ha riaperto al pubblico il 18 aprile la Torre Grimaldina di Palazzo Ducale. I genovesi e i turisti potranno così salire sulla «Torre del popolo» (simbolo del potere politico esercitato dal Comune, prima, e della Repubblica, poi) e ammirare dall’alto uno straordinario panorama a 360 gradi, dalla città vecchia al porto antico, fino alle alture e al promontorio di Portofino. L’intervento sulla Torre si inserisce nel più ampio progetto «Palazzo Ducale: rendere accessibile il Palazzo per rendere accessibile la città», realizzato grazie ai fondi Pnrr per i musei non statali.

La torre, che faceva parte degli edifici preesistenti e si suppone essere stata costruita nel XIII secolo (ma qualcuno ne ipotizza la datazione al X), divenne presto, già nel Trecento, la «Torre del popolo». La sua funzione era duplice: da un lato, attraverso la campana posta nell’ultimo livello, ritmava i momenti importanti della vita cittadina, dall’altro aveva funzione di carcere per ribelli, prigionieri politici, condannati speciali. La torre è rimasta un carcere fino al XIX e al XX secolo: qui sono stati rinchiusi e hanno trovato la morte patrioti risorgimentali come Jacopo Ruffini e gli oppositori politici del regime fascista.

Tra i suoi «ospiti» figura anche Niccolò Paganini: nel 1815 il violinista fu infatti incarcerato con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Il maestro, che già da tempo era un affermato musicista, fu scagionato e liberato dietro il pagamento di 1.200 lire, quale indennità di rimborso al padre della giovane. Le celle della torre sono intensamente decorate: graffiti, velieri, cavalieri, persino mongolfiere testimoniano ancora oggi il desiderio di evasione di chi era costretto in prigione a volte per tutta la vita.

Nel corso dei secoli la torre ha subito diverse modifiche e ricostruzioni, con il dimezzamento dei piani e le variazioni sulle finestre: l’ultimo intervento profondo risale al XVII secolo, quando l’intero Palazzo fu rinnovato in chiave rinascimentale dall’architetto Andrea Ceresola detto il Vannone. L’edificio di oggi è in realtà il risultato del restauro in stile condotto da Orlando Grosso negli anni Trenta del Novecento, che aveva cercato di riportare alla luce l’aspetto medievale della Torre, liberandola dell’impronta seicentesca e ricostituendo l’originaria suddivisione dei piani.

Il progetto, presentato nel 2022 dall’allora Consiglio direttivo e dalla Direzione di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, ha interessato anche biglietteria, bookshop, servizi e strumenti per la visita anche digitali, dal sito internet a una nuova segnaletica. Per circa un anno la Torre è rimasta nascosta dietro i ponteggi mentre veniva sottoposta a un accurato intervento di conservazione e restauro, che ha interessato sia gli interni, sia gli esterni. Il lavoro ha richiesto un delicato equilibrio, in accordo con la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio e l’Università di Genova, tra tutela e fruizione.

L’inserimento della nuova scala metallica interna, che oggi consente la visita fino alla sommità, ha comportato diverse sfide progettuali: ogni soluzione è stata studiata per garantire sicurezza, funzionalità e accessibilità senza alterare l’identità storica della Torre. Durante il restauro sono emerse anche alcune piccole sorprese: le operazioni di pulitura hanno restituito una leggibilità inaspettata di superfici e tracce del passato, riportando alla luce dettagli e segni che raccontano la lunga storia di questo luogo. Il risultato è stato possibile grazie a un lavoro di squadra che ha coinvolto il personale della Fondazione per la Cultura, la stazione appaltante con il Rup, progettisti e direzione lavori, il responsabile della sicurezza, l’impresa appaltatrice con restauratori e maestranze specializzate, sotto la supervisione della Soprintendenza.

Vittorio Bertello, 21 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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