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Daria Berro
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«Questo premio non è solo mio. Lo porto con me insieme ai molti volti, nomi e storie che mi hanno affidato le loro vicende. Da Umlazi a ogni spazio in cui le persone Lgbtqia+ di colore continuano a lottare per esistere liberamente, questo riconoscimento afferma che le nostre vite meritano di essere viste, non come statistiche, non come ombre, ma come esseri umani a tutti gli effetti. Per anni, il mio lavoro ha riguardato la visibilità e la resistenza. Ha riguardato la creazione di un archivio affinché nessuno potesse dire: “Non lo sapevamo”. Quando ricevo questo onore, lo ricevo a nome della mia comunità; coloro che sono stati cancellati, coloro che sono ancora qui e coloro che devono ancora vedersi riflessi con dignità»: Zanele Muholi, artista sudafrican* (Umlazi, Durban 1972) e «visual activist» che da oltre vent’anni documenta la realtà delle persone nere della comunità Lgbtqia+ del Sudafrica, ha accolto con queste parole la notizia della vincita del Premio Hasselblad 2026, assegnato dall’omonima fondazione svedese per una «pratica artistica che combina la fotografia con l’attivismo, creando opere potenti e significative in cui i diritti umani sono centrali».
Tra i più importanti riconoscimenti in campo fotografico, giunto alla 46ma edizione, il premio consiste di una somma di 2 milioni di corone svedesi (circa 190mila euro), una mostra personale all’Hasselblad Center di Göteborg dal 10 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 (curata da Louise Wolthers e Dragana Vujanović Östlind della Hasselblad Foundation, con Lufuno Ramadwa del Muholi Art Institute), insieme a una serie di eventi durante la Settimana del Premio Hasselblad a Göteborg, tra cui un seminario, un concerto, una mostra, un libro, una cerimonia di premiazione ufficiale il 9 ottobre e un incontro con l’artista al Moderna Museet di Stoccolma il 13 ottobre.
Le motivazioni del premio sottolineano l’influenza di Zanele Muholi nel panorama della fotografia contemporanea, con un impatto che va ben oltre il mondo dell’arte. Persona non binaria nata durante l’apartheid, Muholi si definisce «solo un essere umano» e per sé usa i pronomi lei/loro. Vive e lavora tra Johannesburg e Città del Capo. La sua pratica, che combina urgenza politica e maestria formale, è un confronto senza paura con il silenzio e la discriminazione, in particolare nel suo paese natale. L’attivismo e il lavoro comunitario l’hanno resa una figura centrale nella cultura visiva queer globale. Nel 2009 ha fondato Inkanyiso, un forum dedicato ai media queer e all'attivismo visivo, mentre il Muholi Art Institute, fondato nel 2022, mira a sostenere artisti emergenti in diverse discipline.
La sua serie di ritratti «Faces and Phases», avviata nel 2006 e tuttora in corso, è stata concepita come un atto di resistenza contro la violenza sistematica. In «Only half the Picture» (2003-4) ha documentato la vita delle lesbiche e delle sopravvissute ai crimini d’odio e in «Brave Beauties» (2014-) rende omaggio alle donne trans. Nella serie di autoritratti in corso «Somnyama Ngonyama (Hail the Dark Lioness)» (2018-) Muholi utilizza i linguaggi visivi della ritrattistica classica, della moda, del lavoro domestico e dell’immaginario etnografico per sfidare gli stereotipi e la rappresentazione storica dei corpi neri nella cultura visiva, ridefinendo le strategie visive legate all’identità e all’empowerment.
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