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Flavia Foradini
Leggi i suoi articoliNon è soltanto l’essere stata scelta per curare l’intervento artistico nel Padiglione dell’Austria della Biennale di Venezia 2026 (9 maggio-22 novembre). Coreografa, regista, performer, attrice, da quest’anno parte della scuderia di Thaddaeus Ropac, Florentina Holzinger è comunque ormai una star della scena artistica dei nostri giorni, con una pioggia di riconoscimenti anche internazionali e inviti a creare o mostrare propri lavori nei maggiori festival. Del resto, è una quarantenne con una solida formazione, idee molto chiare, una creatività spumeggiante quanto radicale e dissacrante: una forza della natura che sta vivendo un evidente momento di pienezza.
L’abbiamo incontrata a Vienna, sua città natale, dove sta dando gli ultimi ritocchi al suo contributo per la Biennale, ma sta lavorando anche all’Etude «Pfingstpiel» (Performance di Pentecoste), che si svolgerà il 23 maggio principalmente a Prinzendorf.
Cominciamo dalla 61ma Biennale 2026. Il suo primo lavoro, «Silk», risale al 2011 e venne presentato l’anno successivo al festival viennese Impulstanz. E al più tardi con «Ophelia’s got talent» del 2022 e quindi nel 2024, con la sua discussa regia di «Sancta» all’Opera di Stoccarda, ispirato all’opera di Paul Hindemith «Sancta Susanna», lei è nota anche al grande pubblico per il suo approccio estremo, che porta in scena senza mezzi termini violenza e sesso esplicito, sangue e religione. Che cosa ci dobbiamo aspettare a Venezia?
Non voglio spoilerare. Per cui dico che «Seaworld Venice» ruota attorno al tema dell’acqua e di Venezia, acqua in relazione al corpo e all’interconnessione e alla quasi simbiosi tra esseri umani, natura e tecnologia, e alcune parole chiave saranno «nudità» e «bagnato» e la continua trasformazione e depurazione di qualcosa di sporco in pulito. Acqua come elemento con cui Venezia ha un rapporto al tempo stesso profondo e precario. E naturalmente c’è il tema del padiglione stesso di Josef Hoffmann, nella sua essenza storica. È un lavoro tecnicamente complesso e impegnativo ed è una sfida anche per me. E in più va detto che ho un approccio performativo, che non è connaturato alla Biennale. E a corollario vorrei anche realizzare una serie di Etudes, che definisco come performance satelliti di un altro evento, svolte all’aperto, site specific e non ripetibili, nei quali c’è una componente musicale, dunque certamente una componente di intrattenimento, e in cui uomini e macchine diventano strumenti per l’allestimento. Le radici di questo tipo di performance affondano nella mia infanzia, quando dovevo eseguire continuamente gli «Etudes» di Chopin. Gli Etudes sono un formato che mi consente fra l’altro di uscire dal teatro e incontrare la gente. Però a Venezia sto ancora cercando di avere le necessarie autorizzazioni. Per cui tutto sommato mi sa che per la Biennale la mia partecipazione non sia stata una buona idea.
Sabato 23 maggio, vigilia di Pentecoste, lei sarà impegnata nell’Etude «Pfingstspiel» coprodotto dalla Fondazione Nitsch, dal Castello di Prinzendorf e dalle Wiener Festwochen. Ciò che per ora si sa è che è vietato ai minori di 18 anni, e che i 700 biglietti disponibili sono andati esauriti già in prevendita nel giro di poche ore. Che cosa accadrà? E non teme la sfida? La domanda è d’uopo: il Castello di Prinzendorf, che sarà il luogo principale di svolgimento, è la storica sede delle azioni del Teatro delle Orge e dei Misteri di Hermann Nitsch, e delle sue azioni di Pentecoste, e per la prima volta quello spazio si apre alla performance di un artista diverso dal genius loci.
Intanto posso dire che quest’anno mi voglio concentrare soprattutto su Venezia ed è per questo che le altre produzioni sono Etudes. Per la preparazione di «Pfingstspiel» sono andata a Prinzendorf per la prima volta e sono stata sorpresa da quanta energia vi sia in quel luogo. Era il periodo in cui stavo preparando «Sancta», quindi un’opera che tratta il tema della religione e della Chiesa. Io mi considero una persona di teatro, e nella sua storia occidentale il teatro è molto collegato alla religione e ai culti dionisiaci, cioè a grandi eventi collettivi in cui l’altare e il sacrificio giocavano un ruolo centrale. Il teatro per me è senz’altro anche un luogo di spiritualità e di mistero. Come diceva Christoph Schlingensief: «Per guarire bisogna mostrare le proprie ferite». La Pentecoste è la discesa dello Spirito sugli apostoli. E lo trovo interessante, in un mondo come il nostro, sconvolto da crisi e in cui i confini e i nazionalismi giocano un ruolo importante. Quindi ha senso immergersi nei riti della Pentecoste e di farlo proprio a Prinzendorf. Per me questo Etude è una sorta di esercitazione di un rituale del passato. E il collegamento di questo Etude con la Biennale è dato dal fatto che i riti erano pensati per purificare, per affrontare e eliminare impurità. Comunque sia, nel pomeriggio del 23 ci sarà un prologo viennese all’Eislaufverein (Circolo di pattinaggio), che è un luogo iconico per Vienna, anche se avrei voluto l’antica caserma di Maria Teresa e non ce l’hanno concessa. Dopo il prologo gli spettatori verranno portati in autobus al castello di Prinzendorf, per assistere alla performance vera e propria, prevista fino a tarda sera. Insomma, la gente deve portare con sé una volontà d’impegno, perché passerà molte ore con noi.
Il suo intervento in quel luogo dall’identità così precisa è la dichiarazione di un suo legame forte con Nitsch, con il suo teatro delle Orge e dei Misteri e più in generale con l’Azionismo Viennese?
Io vengo dalla danza e non mi sono mai occupata intensamente dell’Azionismo Viennese. Gli azionisti viennesi erano un gruppo a predominanza maschile, e per esempio per Nitsch un concetto centrale, che oggi non si usa più molto, era «catarsi». Le donne dell’Azionismo Viennese si concentravano invece perlopiù sul proprio corpo: per gli uomini al centro c’era la catarsi, per le donne l’emancipazione. Io non potrei comunque essere definita azionista, perché si tratta di un fenomeno di un certo periodo storico, al quale non appartengo. È soprattutto all’estero che il mio modo di lavorare viene avvicinato all’Azionismo Viennese; dicono: «Ah certo, è un’austriaca…». La cosa non mi disturba: anch’io non arretro davanti ai tabù, anch’io mi occupo del tema della morte, o della violenza, o anche del sangue come materiale, o del fatto che non solo la scienza si possa occupare di ciò che sta dentro un corpo. Sono tutti elementi che giocano un ruolo di rilievo anche nei miei lavori. Ma il fatto è che, pur conoscendo l’Azionismo Viennese, pur confrontandomi molto con l’eredità culturale e con la storia del teatro, mi sono interessata davvero a quel movimento solo dopo che vi sono stata paragonata. Non ho nemmeno mai incontrato Nitsch di persona. Insomma, il mio teatro è semplicemente a sé stante.
Tornando alla Biennale, è in corso un’accesa diatriba circa la partecipazione di stati che promuovono la guerra. Qual è la sua posizione?
La mia posizione è critica rispetto al fatto che venga offerta una piattaforma a stati che iniziano delle guerre, ma la questione è complessa, perché in generale come artista non sono una sostenitrice di boicottaggi e censura. È una questione davvero complessa.
Florentina Holzinger, «Ophelia’s Got Talent». © Nicole Marianna Wytyczak