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Il ritratto di Duane Michals con cui la sua galleria di riferimento, DC Moore, ne ha annunciato la scomparsa

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Il ritratto di Duane Michals con cui la sua galleria di riferimento, DC Moore, ne ha annunciato la scomparsa

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Addio a Duane Michals, il fotografo che non credeva al «momento decisivo»

È scomparso a 94 anni a New York. Grande sperimentatore, per tutta la vita ha continuato a spingere i confini della fotografia, incorporando nella sua pratica la pittura, il collage, la scultura e il cinema

Il 9 giugno si è spento a 94 anni, in un ospedale di Manhattan, Duane Michals, uno dei grandi innovatori della fotografia del Novecento e cineasta sperimentale. A darne notizia è la DC Moore Gallery, che lo rappresentava. Autodidatta, ironico e stravagante, si era avvicinato alla fotografia nel 1958, durante un viaggio in Unione Sovietica, con una macchina fotografica presa in prestito. Il sentiero da lui tracciato nel corso di una carriera lunghissima è diametralmente opposto al «momento decisivo» di Cartier-Bresson: non catturare il mondo così com'è, ma metterlo in scena per raccontare l'invisibile. La memoria, il sogno, il desiderio, la morte e la fragilità dell’esistenza sono stati la materia prima del suo lavoro. «La fotografia documenta i fatti, ma non la verità. Io non credo a ciò che vedo, credo a ciò che sento», ha dichiarato.

Per decenni ha continuato a innovare, dedicandosi negli anni più recenti ai cortometraggi, alle foto dipinte a mano e a «j’accuse» contro la mercificazione della fotografia contemporanea. Il suo lavoro è stato ampiamente esposto negli States e in Europa,a partire dalla  cruciale personale al Museum of Modern Art  di New York del 1970. Come scrisse A.D. Coleman in quell’occasione, «mentre gli eventi registrati dalla macchina fotografica di Michals hanno la chiarezza delle allucinazioni e la concretezza dei sogni, sono, come tutte le visioni, così permeati dal senso di alterità che una lettura letterale non ne sfiora nemmeno il vero significato». La mostra più recente, «Duane Michals: Photographer of the Invisible», ha avuto come prima tappa la  Fundación Canal di Madrid,nel 2025, ed ora visitabile nello Spazio Reale di Monte Carasso in Svizzera. Nel 2025, Michals ha creato, basandosi su una sua fotografia e su un testo del 1994 «What Are Dreams», un cortometraggio e una serie fotografica con Jacob Elordi per Bottega Veneta. Tra le altre collaborazioni con case di moda, ha recentemente realizzato dei book fotografici per due collezioni con Loewe, nel 2018 e nel 2019.

 

 

La scoperta della fotografia durante un viaggio in Urss

Nato nel 1932 a McKessport, in Pennsylvania, a 17 anni lascia quel sobborgo siderurgico di Pittsburgh  per frequentare l’Università di Denver, laureandosi in graphic design. Dopo il servizio militare, trascorso in Germania, si trasferisce a New York negli anni Cinquanta per lavorare nel settore dell’editoria e della grafica pubblicitaria. Il fatidico viaggio in Urss del ’58, durante il quale aveva scattato ritratti della popolazione locale di grande forza e impatto, lo convincono a deviare il proprio percorso. Senza alcuna formazione accademica o tecnica alle spalle (una mancanza che considererà sempre il suo più grande colpo di fortuna, poiché lo lasciò libero da vincoli formali) decide di diventare un fotografo professionista. La sua prima personale si tiene alla Underground Gallery nel 1963. È dell’anno successivo l’acclamata serie «Empty New York». Ispirato dal lavoro di Eugène Atget, vagava per le strade di New York la domenica mattina presto, con i vagoni della metropolitana vuoti, le vetrine dei negozi e le tavole calde come scenografie teatrali. Questo modo di guardare alle scene della vita quotidiana come a un teatro ispirò Michals a iniziare a mettere in scena i propri drammi fotografici.

Nella New York degli anni Sessanta, Michals si afferma nel campo della fotografia commerciale e di moda, collaborando con riviste come «Vogue», «Esquire» e «Mademoiselle». Frustrato dai limiti del singolo fotogramma, che considera incapace di esprimere la complessità del pensiero umano, inizia a sperimentare con le «sequenze fotografiche». Ispirandosi alla narrazione cinematografica e alla pittura surrealista di Magritte e di de Chirico, Michals crea storie composte da una serie di immagini disposte in successione temporale. Nelle sue sequenze gli oggetti cambiano scala, le persone svaniscono lasciando scie fantasmatiche e lo spettatore viene catapultato in una dimensione dove la logica ordinaria è costantemente sovvertita. Opere come «The Woman is Frightened by a Door» (1966), «Paradise Regained», «The Fallen Angel» e The Spirit Leaves the Body» (tutte del 1968) o «Things Are Queer» (1973) diventano manifesti di questo nuovo linguaggio. 

Nel 1974 introduce un’altra radicale innovazione: la scrittura direttamente sulla stampa d’argento. Con una calligrafia minuta e tremolante, Michals aggiunge testi a margine delle immagini. Non didascalie esplicative, ma veri e propri contrappunti poetici, flussi di coscienza o brevi racconti che espandono il significato dello scatto, creando un cortocircuito emotivo ed evidenziando come la verità di un'immagine risieda spesso in ciò che non si vede.

Tra i suoi lavori principali spiccano progetti che affrontano i grandi quesiti metafisici. In «Chance Meeting» (1970), mette in scena il casuale e mancato incrocio di due sguardi in un vicolo, trasformando un banale non evento in una riflessione struggente sul destino e sulle occasioni perdute. Tra i suoi lavori più pop, invece, si ricordano le foto per i Giochi olimpici del 1968 a Città del Messico e la copertina dell'album «Synchronicity» dei Police.

Parallelamente alla sua ricerca concettuale, Michals si impone come straordinario ritrattista. Davanti al suo obiettivo passano giganti dell’arte e della cultura: Andy Warhol (ritratto mentre si copre il volto, in un gioco di svelamento e nascondimento), Joseph Beuys, Pasolini, e lo stesso Magritte, che Michals fotografa a Bruxelles nel 1965 in una serie di scatti memorabili che fondono l'uomo con l'estetica dei suoi quadri. I suoi ritratti non cercano mai la perfezione formale o la posa celebrativa, ma tentano di catturare l'essenza psicologica e spirituale del soggetto, spesso attraverso un magistrale uso della doppia esposizione. Erano quelli che lui definiva il «ritratto in prosa», in cui rivela l’aura dell’identità del soggetto, canalizzando elementi della sua personalità e del suo stile artistico pur mantenendo la propria visione.  

I suoi omaggi a figure come James Joyce, Walt Whitman e Konstantinos Kavafis mettono in luce le qualità intrinsecamente letterarie del suo lavoro e il suo interesse per le possibilità del linguaggio. Piuttosto che illustrare le parole di altri scrittori, queste opere esplorano temi condivisi quali il desiderio, l’omoerotismo, la spiritualità, la morte e la memoria.

Nel corso della sua carriera Michals ha continuato a spingere i confini della fotografia, incorporando nella sua pratica la pittura, il collage, la scultura e il cinema, realizzando oltre cento cortometraggi. La sua instancabile curiosità lo ha spinto a innovare e a sorprendere: «Il focus cambia costantemente. E più cambia e più invecchio, meno sono sicuro di tutto e meno mi sembra di sapere. Mi sembra di porre sempre più domande. Sono completamente disorientato. Anche questa è una forma di saggezza: permettere a sé stessi di disimparare. Il mio lavoro riguarda l’assurdità di questa condizione».

 

 

 

 

Redazione, 11 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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