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Anna Maria Farinato
Leggi i suoi articoliDa settimane sui giornali e sui social messicani, tra le notizie di cultura il «trend topic» è: Colección Gelman. Ad accendere la miccia, una lettera aperta pubblicata il 10 marzo e che ha ormai raggiunto quasi quattrocento adesioni, con cui personalità della cultura del Paese, tra cui le artiste Teresa Margolles e Mónica Meyer, il curatore Cuauhtémoc Medina e la politologa Denise Dresser, invocano chiarezza (la lettera, significativamente, s’intitola «Sproposito istituzionale») sul destino della collezione di arte messicana, frutto della passione dell’imprenditore cinematografico Jacques Gelman e della moglie Natasha, e ora al centro di un contestato accordo con il Banco Santander in Spagna. Attualmente 68 «opere emblematiche» della collezione (ribattezzata Colección Gelman Santander), non visibili nel Paese da oltre vent’anni, sono esposte nel Museo de Arte Moderno di Città del Messico, dove rimarranno allestite fino al 19 luglio, ovvero fino alla fine dei Mondiali di Calcio, prima di viaggiare alla volta della Spagna.
Costituita tra il 1941 e il 1998 dalla coppia emigrata dall’Europa dell’Est la collezione annovera circa trecento opere di artisti di primissimo piano del Novecento: Frida Kahlo (presente con ben 18 lavori), Diego Rivera, María Izquierdo, Rufino Tamayo, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros. A questi si aggiunge un importante fondo fotografico con scatti di Guillermo Kahlo, Graciela Iturbide, Gabriel Figueroa, Manuel Álvarez Bravo e Lola Álvarez Bravo. «In questo ampio ventaglio di arte di prim’ordine, si legge nella lettera aperta, figurano esemplari di grande valore, e alcuni capolavori, di Frida Kahlo, María Izquierdo, Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, eminenti pittori le cui opere sono state dichiarate Monumenti Artistici. Ciò significa che il patrimonio non è rilevante solo per il suo indiscutibile valore artistico, ma anche perché comprende una trentina di opere che il Governo del nostro Paese ha l’obbligo di proteggere. Nessuno mette in dubbio che il cambio di proprietà sia una questione che riguarda strettamente i privati; tuttavia, il destino dell’opera tutelata da tali decreti, e per la quale l’Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura (Inbal) è chiamato ad adottare misure per assicurarne la conservazione e la custodia, riguarda tutti noi. Le dichiarazioni relative ai cinque artisti in questione sono state emesse in momenti diversi, da amministrazioni diverse, e non sono identiche per quanto riguarda la portata dei loro obblighi. Il caso che più ci preoccupa è quello di Frida Kahlo, poiché le sue opere sono senza dubbio il cuore di questa collezione e la loro tutela legale è la più rigorosa di tutte. Riteniamo preoccupante la mancanza di trasparenza che il Ministero della Cultura e l’Inbal hanno mantenuto riguardo agli accordi relativi all’opera dell’artista, che dovrebbero essere totalmente pubblici, come prevede la sua dichiarazione, poiché “Trattandosi di operazioni di trasferimento di proprietà, queste devono essere registrate in atti pubblici” (Art. 3, II, a), cosa che, per quanto ne sappiamo, non è avvenuta».
Sara González su «El País» ha ripercorso le vicende della collezione a partire dalla morte, nel 1986, di Jacques Gelman. Scomparso il marito, Natasha Gelman nominò esecutore testamentario l’amico Robert R. Littman, curatore d’arte. «Era desiderio della coppia che le opere rimanessero in Messico, scrive González. Quando Natasha morì [nel 1998, Ndr] Littman creò la Fundación Vergel, nella speranza di preservare l'archivio. Cinque anni dopo, al termine di un periodo all’estero che permise di raccogliere fondi per l’acquisizione di nuove opere, la collezione tornò finalmente in Messico. Le opere avrebbero dovuto rimanere per 15 anni in un museo a Cuernavaca, nello Stato di Morelos, ma nel 2008 la collezione scomparve dalla scena pubblica a seguito di una serie di procedimenti legali che minacciavano di destituire Littman dalla carica di esecutore testamentario».
Dopo questa «eclissi», nel 2023 la collezione è stata acquisita dalla famiglia Zambrano, potenti imprenditori del cemento di Monterrey, proprietari del colosso Cemex. Lo scorso gennaio gli Zambrano hanno raggiunto un accordo con il Banco Santander in Spagna in base al quale la banca spagnola supervisionerà «la conservazione, la ricerca e l'esposizione» della collezione, in barba al desiderio dei Gelman di trattenere le opere in Messico. Stando al memorandum reso noto a febbraio, oltre 160 opere della Colección Gelman Santander saranno quindi esposte a Faro Santander, il centro culturale che aprirà a giugno nel Palacio Pereda, l’ex sede principale della banca nel capoluogo cantabrico, trasformato su progetto di di David Chipperfield.
«Colpisce, prosegue la lettera aperta, la disparità tra lo sforzo profuso nel rimpatrio del patrimonio archeologico della Nazione, per far rispettare la legge, e la lassità con cui si permette l’uscita di pezzi essenziali, non solo dell’artista messicana di maggiore rilevanza attuale, ma anche di pittori che nel loro insieme hanno contribuito a costruire una parte importante della nostra identità artistica nazionale. Concludiamo sottolineando che l'Inbal è venuto meno al proprio mandato e chiediamo che ponga rimedio a questa situazione spiacevole, rispettando e facendo rispettare la legislazione che attualmente disciplina il trattamento riservato ai monumenti artistici di inestimabile interesse nazionale».
Il 30 marzo, finalmente, la ministra della Cultura del Messico, Claudia Curiel de Icaza, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha ribadito che le opere sono e rimarranno di proprietà di collezionisti messicani (gli Zambrano). L’accordo privato tra questi ultimi e l'istituto bancario spagnolo «riguarda esclusivamente la gestione» della collezione. L'insieme delle opere d'arte lascerà la Spagna per essere esposto in musei di altri Paesi, ma dovrà tornare in Messico nel 2028 poiché alcuni dipinti sono stati dichiarati monumenti storici. Durante l’incontro Curiel ha spiegato che Banco Santander «si fa carico della conservazione, paga l’assicurazione e si occupa di esporre la collezione in diversi musei del mondo. Si tratta di gestione, non di acquisizione; la collezione continua ad appartenere a collezionisti messicani. E come previsto dalla la Legge sui Monumenti la collezione gode unicamente del permesso di uscita temporanea dal Paese, non può farlo in modo definitivo». Ha poi chiarito che l’Inbal è l’ente cui spetta vigilare sulla sua conservazione nonché garantire che la collezione ritorni in Messico, come previsto dalla legge. Al fine di svolgere tale supervisione, «ha sottoscritto un accordo con la collezione per fornire assistenza tecnica e supervisione per cinque anni, che è il nostro mandato in questo periodo di amministrazione (...) La collezione deve tornare in Messico ogni due anni, come previsto dalla Legge doganale». Ha infine sottolineato l’importanza di salvaguardare la collezione nel suo insieme, riflesso del momento storico in cui è stata creata «perché parla proprio di un contesto messicano. Non verrà smembrata».
Sulla vicenda è intervenuta anche la presidente della Repubblica Claudia Sheinbaum, che dopo il clamore nato intorno alla notizia aveva sollecitato una spiegazione della ministra e dell'Inbal. Sheinbaum ha criticato con durezza le voci rimbalzate sui social media:«Da settimane moltissime persone accusano il governo di permettere la vendita della collezione. Falso, (questo è) assolutamente falso». Nonostante le dichiarazioni del Ministero, ha aggiunto la presidente, si è continuato a diffondere «vere e proprie menzogne» secondo cui la collezione verrebbe venduta all’estero, «solo per parlare male del governo».
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