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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliLa Stazione di Santa Maria Novella di Firenze compie oggi 90 anni. Il capolavoro progettato dal Gruppo Toscano viene festeggiato a partire dalle 17 nella Palazzina Reale, elegante «appendice» firmata da Giovanni Michelucci, già membro dello stesso Gruppo, allo scopo di offrire adeguata sosta alla famiglia del re, meritoriamente restaurata dalla Fondazione Architetti Firenze (Faf) che vi ha sede dal 2015. E sono proprio Faf, Fondazione Alinari per la Fotografia, Fondazione Michelucci e Archivio di Stato a promuovere i festeggiamenti, che con l’obiettivo di coinvolgere il più possibile la cittadinanza portano il titolo di «Le arti per i 90 anni della Stazione SMN di Firenze» e propongono video dell’Istituto Luce, canzoni fiorentine, reading di brani sulla stazione firmati da Luzi e dallo stesso Michelucci, performance di swing, interventi a tema e fotografie dell’archivio Alinari. Modera e presenta Caterina Bini, Presidente Faf.
«La Stazione non è solo un luogo simbolo per i fiorentini ma anche un luogo che diventa arte, scrigno di tesori, precisano alla Faf. Si pensi all’orologio di Nello Baroni, al dipinto di Giampaolo Talani “Partenze” e alle tempere di Ottone Rosai presenti all’interno del bar delle Stazione. Ma soprattutto è un luogo che diventa scena, per film, primo tra tutti il celebre “Amici miei” di Mario Monicelli, rappresentazioni teatrali e mostre».
Tuttora considerata tra le più belle del mondo, la Stazione di Santa Maria Novella fu costruita grazie a un concorso sul sito dell'ottocentesca e ormai inadeguata stazione ferroviaria Maria Antonia. Angiolo Mazzoni, ingegnere autore di altri pregevolissimi edifici ferroviari, aveva infatti redatto un progetto considerato troppo nostalgico dall’allora rampante regime fascista, che anche nell’ottica di rendere Firenze capitale del turismo nazionale decise di organizzare un concorso vinto il 14 marzo 1933 dal Gruppo Toscano (Giovanni Michelucci, Nello Baroni, Pier Niccolò Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri e Leonardo Lusanna).
«Il capolavoro dell’architettura italiana tra le due guerre nacque tra accese polemiche, contrasti ed esaltazioni categoriche: turbolenze che ne hanno accompagnato il destino per anni, fino a fissarne l’immagine nel presunto feticcio di un malinteso Razionalismo italiano, scrivono Claudia Conforti, Roberto Dulio, Marzia Marandola, Nadia Musumeci e Paola Ricco nel bel volume La Stazione di Firenze (Electa, 2016). È in realtà un nodo critico e una svolta concettuale dell’architettura del Fascismo. L’edificio infatti materializza la volontà modernizzatrice del Regime (...); rivela l’eccezionale talento costruttivo di Giovanni Michelucci, capace di misurarsi con la storia e la materia viva del costruire toscano; rappresenta in termini efficacissimi di propaganda il volto benevolo del Fascismo “del consenso”».
Un’opera che comunque trascende le contingenze politiche grazie alle straordinarie e tuttora attualissime scelte adottate a livello urbano e funzionale, allo scopo di esaltare una relazione con la città che si traduce funzionalmente nella «piazza coperta», illuminata dalla celebre «cascata di luce», che collega due diversi ambiti urbani, e visivamente nella rilettura materica dell’abside gotica della Chiesa di Santa Maria Novella. Di grande pregio anche i dettagli, dalle scritte agli elementi d’uso, interamente realizzati su disegno e in larga parte tuttora in situ.
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