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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliC’è chi arriva alla Biennale in motoscafo, chi in taxi d’acqua e chi con discrezione tra vernissage e cocktail. Poi c’è Alvaro Barrington, che per la 61ma Biennale di Venezia ha scelto un ingresso decisamente diverso: attraversare l’Europa al volante di un gigantesco camion trasformato in opera d’arte itinerante. Il risultato? Uno degli interventi più fotografati e commentati di questi giorni ai Giardini della Biennale. Barrington, artista londinese rappresentato da realtà di primo piano come Thaddaeus Ropac, Sadie Coles HQ e Massimodecarlo, partecipa alla mostra internazionale «In Minor Keys». Più che un semplice contributo espositivo, il suo progetto sembra una dichiarazione di poetica in movimento: l’opera, intitolata «Labor Day Parade ’91» (2026), è un camion da trasporto esplosivo e coloratissimo, decorato con immagini, simboli e riferimenti che intrecciano memoria personale, diaspora caraibica, cultura pop e storia dell’arte. Un mezzo che sembra uscito da un carnevale urbano, ma che nasconde una riflessione molto più stratificata sull’identità, il viaggio e l’appartenenza.
Parcheggiato nei Giardini, vicino all'ormai celebre Padiglione Austriaco, il camion è diventato immediatamente un polo magnetico per artisti, curatori e collezionisti accorsi all’anteprima della Biennale. Barrington comunque quel camion lo ha guidato davvero. Nessuna spedizione museale, nessun trasporto anonimo in container. L’artista è partito da Londra e ha attraversato l’Europa fino a Venezia, trasformando il tragitto stesso in parte integrante dell’opera.
Un gesto che ribalta l’idea tradizionale di installazione contemporanea: qui non conta soltanto l’oggetto finale, ma il percorso, la fatica, il movimento, l’esperienza accumulata lungo la strada. L’arte non arriva semplicemente alla Biennale: ci viaggia dentro. Naturalmente non manca l’ironia. Per evitare che il gigantesco mezzo possa accidentalmente «invadere» gli spazi espositivi o, come scherza Barrington, «travolgere artisti nudi nel padiglione austriaco», le gomme anteriori sono state volutamente forate, immobilizzando definitivamente il camion.
È un dettaglio surreale che racconta bene lo spirito dell’intervento che nella sua monumentalità è soprattutto autoironico, spettacolare ed accessibile. In questa edizione della Biennale, sempre più attenta ai temi della mobilità, delle migrazioni e delle identità ibride, Barrington riesce così a fare qualcosa di raro: creare un’opera che sembra arrivare addosso al pubblico con tutto il rumore, il colore e la vitalità del mondo reale.
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