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Coppo di Marcovaldo (attribuito), «La predica agli uccelli», da «San Francesco e storie della sua vita», 1245-50, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi

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Coppo di Marcovaldo (attribuito), «La predica agli uccelli», da «San Francesco e storie della sua vita», 1245-50, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi

Piccole storie dal Medioevo intorno a san Francesco • Uccelli d’ogni specie

Gli uccelli non solo gli prestavano attenzione ma gli «manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo»

In «Uccellacci e uccellini» di Pier Paolo Pasolini (1966), frate Ciccillo (interpretato da Totò) fatica non poco a farsi ascoltare dai passeri che zampettano davanti alla splendida Chiesa di San Pietro, fuori Tuscania. San Francesco (che l’aveva inviato) era riuscito, invece, a comunicare con gli uccelli e con grande facilità: complice, naturalmente, un diverso grado di autorevolezza e di santità.

Un giorno, narra Tommaso da Celano nella Vita prima (1229), egli vide «raccolti insieme moltissimi uccelli d’ogni specie, colombe, cornacchie e monachine».  Si avvicinò e, stupito che non volassero via, predicò loro la parola di Dio. Gli uccelli non solo gli prestarono attenzione ma gli «manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo». Non fu l’unica volta, perché ricapitò in occasioni successive.

Bonaventura Berlinghieri, nella tavola datata 1235 e conservata nella chiesa di San Francesco a Pescia, inserì l’episodio tra i sei selezionati ad accompagnare la grande figura del santo. Di questi, soltanto due illustrano episodi in vita: «La predica agli uccelli», appunto, e «L’impressione delle stimmate». L’evenienza segnala l’importanza attribuita alla predica stessa, dimostrazione sia dell’amore (corrisposto) di Francesco per tutte le creature che della sua straordinaria efficacia comunicativa. Il santo (seguito da due fratelli) è raffigurato mentre porge il libro dei Vangeli e lo espone (come indica il gesto della mano) a un gruppo di volatili: neri eccetto due, di grandezza diversa, simili ma non uguali. Tutti di profilo e a lui rivolti, poggiano (ma ignorando la logica spaziale e la statica) su una montagnola ricamata da splendidi alberelli fioriti, belli e fantasiosi come tutti gli alberi romanici.

Nella tavola attribuita a Coppo di Marcovaldo (1245-50) e conservata nella Cappella Bardi in Santa Croce, a Firenze, «La predica agli uccelli» è (significativamente) posta tra il «Presepe di Greccio» e la «Predica al Sultano», a formare un trittico (verticale) dedicato alla parola che Francesco portò a tutti: cristiani, non cristiani, animali. Gli uccelli poggiano su file parallele e sovrapposte, a terra e sui rami di un alberello appositamente allungati verso il santo. L’espediente consente di raffigurarne la moltitudine pur in assenza di profondità; essi spiccano sul cielo dorato, come entro una vetrina luminosa.

Bonaventura Berlinghieri, «La predica agli uccelli», da «San Francesco, miracoli in vita e post mortem», 1235, Pescia, San Francesco

«La predica agli uccelli», da «Storie di san Francesco», fine sesto decennio del XIII secolo, Assisi, San Francesco, Basilica inferiore

L’evidenza inizialmente assegnata all’instancabile predicazione del santo svanirà nelle raffigurazioni successive, anche in considerazione delle rimostranze e perplessità che, per modalità e contenuti, essa sollevava. Nel (pur ampio) ciclo giottesco della Basilica superiore di Assisi (1290-92), per esempio, Francesco mai si rivolge a un uditorio di uomini: soltanto, invece, agli uccelli.

La «Predica agli uccelli» diventò infatti raffigurazione indiretta (e accettata) della sua missione evangelizzatrice, dove le varie specie di volatili indicavano tipologie sociali differenti, come nella splendida interpretazione entro il ciclo (verso la fine del 1260) nella Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, dove risultano straordinariamente veri e spontanei, i numerosi a terra già disposti in profondità.

Altrettanto, ma guadagnando in realismo e concretezza, nelle numerosissime versioni successive, per esempio di Giotto nella tavola al Louvre (1300-25) e di Taddeo di Bartolo in quella presso la Niedersächsische Landes Gallerie di Hannover.

Interpretata oggi come figura della presunta (e anacronistica) vocazione ambientalista del santo, la «Predica agli uccelli» fu (ed è) spesso replicata mettendo in scena un uditorio di animali graziosi. Diversa (e misconosciuta) è nella narrazione di Ruggero di Wendover (morto nel 1236, dunque contemporaneo di Francesco).

Inascoltato dal popolo di Roma, Francesco usci di città e «si imbatté in corvi razzolanti tra i rifiuti e in avvoltoi, gazze e molti altri uccelli che volteggiavano nell’aria» che «in silenzio, sospendendo ogni cinguettio, per lo spazio di mezza giornata, intenti alle parole dell’uomo di Dio, restarono fermi e rimiravano il volto del predicatore». Con tale prodigio, il santo piegò i «cuori infruttuosi e ostinatamente induriti» dei romani, che si convinsero a prestargli ascolto.

Francesco non predica dunque agli uccellini ma agli uccelli che razzolano nell’immondezzaio: poco poetico, ma fa pensare.

Giotto, «La predica agli uccelli», particolare da «San Francesco riceve le stimmate e tre storie della sua vita», 1300-25, Parigi, Musée du Louvre

Taddeo di Bartolo, «La predica agli uccelli», particolare, 1403, dalla predella del polittico di «San Francesco al Prato di Perugia», Hannover, Niedersächsische Landes Gallerie

Virtus Zallot, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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