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Giotto, «Francesco dona la veste a un cavaliere povero», 1290-92, Assisi, San Francesco, Basilica superiore

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Giotto, «Francesco dona la veste a un cavaliere povero», 1290-92, Assisi, San Francesco, Basilica superiore

Piccole storie dal Medioevo intorno a san Francesco • Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza

In diverse occasioni il santo volle cedere le proprie vesti a persone in difficoltà, ma l’incontro con un lebbroso, cercato e non capitato, di contatto fisico e non di sola vicinanza, con il più misero tra i miseri e non con un povero appena diventato povero, segnò la sua esistenza

Il giovane Francesco, elegante come si conveniva al figlio di un ricco mercante, incontrò un giorno «un cavaliere, nobile ma povero e mal vestito». Subito, continua Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda maggiore (1263), «si spogliò e gli fece indossare i suoi vestiti». Nell’illustrazione di Giotto entro il ciclo (1290-92) della Basilica superiore di Assisi, il santo leva la sopravveste azzurra (che, rivoltata, mostra la fodera gialla) e sfila la mano ancora impigliata nella manica, particolari che da soli misurano la naturalezza di un’arte nuova. Il cavaliere, di recente divenuto povero, esibisce abiti da ricco: una bella veste rossa e un cappello foderato di vaio. Altrettanto dignitoso appare nella versione trecentesca in San Francesco a Matelica (Macerata), attribuita ad Allegretto Nuzi e purtroppo compromessa da un’ampia lacuna, oppure in quella di Benozzo Gozzoli (1450-52) in San Francesco a Montefalco, dove Francesco emula san Martino e, senza scendere da cavallo, dona al povero non la veste ma il mantello.

L’incontro fu narrato e illustrato a dimostrare l’attitudine gentile e la spontanea misericordia di Francesco, che pur giovane e viziato soccorre un povero: non però un misero ma un nobile decaduto, cavaliere come egli stesso desiderava diventare.

Allegretto Nuzi, «Francesco dona la veste a un cavaliere povero», terzo quarto del XIV secolo, Matelica (Macerata), San Francesco

Benozzo Gozzoli, «Francesco dona il mantello a un cavaliere povero», 1450-52, Montefalco (Perugia), chiesa-museo di San Francesco

Ben più scandaloso, consapevole e denso di conseguenze fu l’incontro con un lebbroso: cercato e non capitato, di contatto fisico e non di sola vicinanza, con il più misero tra i miseri e non con un povero appena diventato povero. Similmente alla maggior parte delle persone, Francesco provava nei confronti dei lebbrosi paura e ribrezzo, fino a quando, incontrandone uno «mentre era ancora mondano, […] fece violenza a sé stesso, gli si avvicinò e lo baciò» (Tommaso da Celano, Vita prima, 1229). Francesco stesso, nel Testamento, ricordò come tale episodio gli avesse cambiato l’esistenza: «Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo».

Andò infatti a vivere con e come i lebbrosi e i più miseri, chiedendo altrettanto ai compagni a cui, nella Regola non bollata (1221), prescriveva di «essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada».

Coppo di Marcovaldo (attribuito), «Francesco assiste i lebbrosi», da «San Francesco e storie della sua vita», 1245-50. Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi

Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero, «Francesco lava i piedi a un lebbroso», XIV secolo, Pienza (Siena), San Francesco

Poiché tale impegnativa prescrizione fu presto cancellata, anche la raffigurazione della sua premessa (l’abbraccio al lebbroso) e del servizio ai lebbrosi declinò. Compare, tra i rari esempi, in una delle piccole scene narrative della tavola Bardi (1245-50) in Santa Croce a Firenze, per datazione precedente alla standardizzazione iconografica della biografia del santo. Francesco vi è raffigurato con un lebbroso in braccio, che sostiene con delicatezza. Accanto, lava i piedi a un altro malato, mentre due attendono il proprio turno: lo schema iconografico è quello della lavanda dei piedi di Gesù ai discepoli. Come consuetudine, i lebbrosi sono designati da vistose macchie distribuite su tutto il corpo. Quello a cui il santo lava i piedi potrebbe essere il lebbroso arrogante e scorbutico che Francesco servì con amorevole pazienza, sanandolo sia nel corpo che nell’anima. L’episodio è illustrato anche nel ciclo tardo trecentesco in San Francesco a Pienza, attribuito a Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero.

Significativamente (e comprensibilmente in relazione al contesto e alla committenza), nel ciclo giottesco della Basilica superiore di Assisi non compaiono né miseri né lebbrosi. Nel bel ciclo di fine XIV secolo in San Francesco a Castelvecchio Subequo (L’Aquila) Francesco invece li soccorre, donando a uno il mantello come più fonti tramandano.

Oltre che in vita, Francesco sanò alcuni lebbrosi post mortem; per questo, nelle tavole duecentesche, un lebbroso (riconoscibile per il sonaglio con cui avvisava del proprio avvicinarsi) è raffigurato, insieme agli storpi, accanto al sepolcro del santo.

La biografia ufficiale di Bonaventura da Bagnoregio (dal 1266 l’unica autorizzata) revisionò anche la tipologia dei miracoli e dei loro beneficiari; e, come i miseri, in Giotto e dopo Giotto i lebbrosi si diradarono anche nell’arte.

«Guarigione di uno storpio e di un lebbroso», da «San Francesco, storie della vita e miracoli post mortem», 1255 ca, Pistoia, Museo Civico

Virtus Zallot, 01 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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Cristina Rabosio scompone il mosaico nei suoi elementi iconografici, per sottoporli a un’analisi e svelarne il pensiero teologico ed ecclesiale, in relazione al contesto storico e nel confronto con altre immagini

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