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Dopo Milano, in corso Italia, e Venezia, in Palazzo Donà Brusa, Campo San Polo, nobile edificio con atrio del ’300 e cappella del ’400, il primo maggio Tommaso Calabro debutta a New York con un grande spazio al 545W 23th Street, nel distretto con la più alta concentrazione di super-gallerie d’arte contemporanea: un pop-up di un mese dove, fino al 31 maggio, presenterà una mostra di Harold Stevenson (1929-2018), artista presente in musei come il Guggenheim e il MoMA di New York, che fu rappresentato negli anni ’60 e ’70 da galleristi influenti come Iris Clert e Alexander Iolas ma che poi, ritiratosi dalle scene, è stato dimenticato. Per Calabro, una seconda volta, avendolo già proposto con successo nella scorsa estate a Venezia durante la Biennale d’Arte. Insieme, ci sarà a New York Aldo Sergio (Salerno, 1982), lui già presentato con altrettanta fortuna a Milano: «un artista, ci dice il gallerista, che ha realizzato un progetto specifico, “American Prayers”, e che non mancherà di stupire i collezionisti americani, abituati al gigantismo, con le sue piccole “preghiere” di 25 centimetri». Ne parliamo con lui.
Tommaso Calabro, perché anche New York? E perché con la formula della temporary gallery?
Perché la mia posizione, ormai consolidata, è che non desidero più concentrarmi su progetti in fiera, secondo una modalità che comporta spese altissime e un rapporto costi/benefici alquanto rischioso. Le fiere si tengono dagli anni ’60 e, certo, hanno funzionato a lungo; io stesso nella mia esperienza ho avuto ritorni a Frieze Masters Londra e a Independent New York, ma resto dell’idea che una galleria permetta di allacciare con i collezionisti, i curatori, i direttori di musei, rapporti più profondi rispetto a una fiera, dove c’è una competizione molto alta e i tempi sono strettissimi: il tempo passato in galleria è importante. Con i miei colleghi abbiamo perciò pensato alla formula alternativa del pop-up che, in un mese, ci darà l’opportunità di incontrare tutti con calma, e anche più volte.
Parliamo dello stato di salute del sistema dell’arte: la sua diagnosi?
L’ultimo anno, oggettivamente, è andato male a tutti i livelli, primario e secondario: aste, gallerie e fiere hanno avuto una caduta netta del fatturato e si sono visti tanti licenziamenti nelle case d’asta. È un fenomeno internazionale, non solo italiano, dovuto ai fattori esterni che ben conosciamo e contro i quali nulla si può fare; ciò che invece si deve fare è analizzare i trend del mercato, chiedendosi dove si stia spingendo il collezionismo. Nelle case d’asta esistono oggi dipartimenti impensabili solo qualche anno fa (penso per esempio alle scarpe e alle maglie dei campioni sportivi). Il mio non è un giudizio, è una presa d’atto.
Allora, che cosa si può fare per il mercato dell’arte?
Sicuramente, trovare opere di qualità. Per il moderno, per esempio, oggi c’è una crisi di reperibilità di materiali perché le belle opere «finiscono». Esistono però molti artisti di qualità che per varie ragioni sono stati dimenticati ed è lì che si possono fare delle scoperte interessanti. E per il contemporaneo ci sono giovani artisti di valore: noi abbiamo tanti collezionisti giovani che cercano artisti della loro generazione. In un mercato dominato da gallerie che sono ormai delle multinazionali, questa è una delle vie da battere per le piccole gallerie indipendenti.
La sua galleria piccola non lo è più, ormai. Quanto ha contato la sede di Venezia?
Molto, perché la Biennale (e l’ultima è stata visitatissima) porta moltissimi collezionisti, curatori, direttori di musei, che qui si incontrano con facilità. Il direttore del Whitney Museum è venuto in galleria per la mostra di Stevenson: in quale altra città sarebbe potuto accadere? Milano è internazionale per il design, la moda, la finanza, ma per l’arte Venezia è imbattibile.
Vogliamo parlare della questione dell’Iva?
Della «spinosa questione dell’Iva», direi. Di cui per fortuna negli Stati Uniti non dovrò occuparmi. Certo, il mercato dell’arte produce cultura ma è comunque un mercato e dunque è ovvio che sia sottoposto a tassazione. Ciò che però tutti chiediamo è che, trattandosi di un mercato internazionale, l’Italia sia messa in condizione di essere competitiva con gli altri paesi europei. Ovvio che un collezionista preferirà acquistare dove la tassazione è al 5-6 per cento, piuttosto che da noi dove è al 22. Senza dimenticare che la tassa d’importazione in Italia è una delle più alte in Europa: lo Stato deve assolutamente fare di più.
Prossime mostre?
A Venezia, Man Ray, dal 29 marzo; a Milano, dal 2 aprile, due mostre: Fulvia Levi Bianchi (1927-2006) e la giovane Adelisa Selimbašić (1996), finalista del Premio Cairo 2024, che vive tra Venezia e New York.
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Harold Stevenson, «Untitled», 1959. Cortesia di Tommaso Calabro
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Aldo Sergio, «Bunch of Keys Prayer», 2024. Cortesia dell’artista e di Tommaso Calabro
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