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Giorgio Azzoni
Leggi i suoi articoliDi guerra di Troia non ce n’è stata una sola. Tutti conoscono quella narrata da Omero. Nell’Iliade, accanto all’ira funesta di Achille e agli infiniti lutti degli Achei, sfila una parata di eroi troiani: Ettore, austero e valoroso; Paride, bellimbusto e seduttore; Enea, protetto dalla madre divina Afrodite; Priamo, il saggio re della città. Tutti questi personaggi li troviamo incastonati nel racconto di Omero. Ma la loro storia mitologica era più complessa rispetto a quella narrata dall’Iliade. Nel mondo antico c’è una leggenda di Troia che si è diffusa, almeno in parte, indipendentemente dai poemi omerici, una costellazione di storie che precedeva la vicenda della guerra cantata da Omero. È una leggenda che, talvolta, possiamo ricostruire solo attraverso frammenti di opere perdute o narrazioni di mitografi tardi, come Apollodoro, vissuto in età imperiale romana. L’origine della città viene fatta risalire a una serie di interventi divini e prodigi sovrannaturali. Primo signore della Troade sarebbe stato Teucro, figlio di una ninfa, Idea, e di un fiume, lo Scamandro: quel fiume che nell’epopea omerica è scenario di aspre battaglie. Il suo successore si chiamava invece Dardano. Anche lui nasceva da una stirpe divina: suo padre era Zeus, sua sorella Iris, la dea dell’arcobaleno. Dalla stirpe di Dardano, alcune generazioni dopo, nacquero Ilo e Ganimede. Quest’ultimo, come si sa, fu rapito da Zeus, che, incantato dalla sua straordinaria bellezza, se lo portò sull’Olimpo per averlo come coppiere durante i suoi banchetti. Ilo fu invece il vero fondatore di Troia, che da lui prese anche il nome di Ilio. Chiese a Zeus un segno che manifestasse la grandezza della nascente città. Dal cielo piombò una statua di Atena, il Palladio, che in una mano teneva una lancia e nell’altra una conocchia e il fuso. Da allora, la statua sarebbe stata la garanzia della salvezza di Troia. Per questo Odisseo cercò di rubarla. Anche se la tradizione narrava che il Palladio sarebbe stato poi salvato da Enea e portato a Roma nel tempio di Vesta. Figlio di Ilo fu Laomedonte, che fece costruire le mura della città. Anch’esse avevano un’origine divina. Un oscuro riferimento nell’Iliade suggerisce che Poseidone, poiché aveva cercato di ribellarsi a Zeus, era stato condannato a lavorare al servizio di Laomedonte. Il re aveva quindi chiesto al signore degli abissi di costruirgli mura possenti e invincibili, promettendogli in cambio molto oro. Poseidone si mise all’opera ma Laomedonte si rifiutò di pagarlo. Il dio allora fece apparire un mostro marino che poteva essere placato solo se gli fosse stata offerta in sacrificio una vergine: la figlia di Laomedonte, Esione. Il sacrificio stava per compiersi quando l’eroe Eracle si trovò a passare per la Troade. Anche a lui Laomedonte promise un premio se gli avesse salvato la figlia. Eracle compì l’impresa ma ancora una volta il re scriteriato si rifiutò di corrispondere il dovuto. L’eroe allora organizzò una spedizione militare: la prima guerra troiana di cui il mito serbava il ricordo. Assediò Troia, uccise Laomedonte e salvò Esione. La principessa chiese a Eracle di poter riscattare dalla schiavitù il fratello, che si chiamava Podarce, cioè «dal piede veloce», epiteto singolarmente simile a quello usato da Omero per Achille. Per questo, da allora in poi, Podarce assunse il nome di Priamo che, in greco, significa appunto «colui che è stato riscattato». Molte di queste tradizioni sono, forse, più antiche della stessa Iliade. Ma poi i poeti hanno continuato a ricamare sulla leggenda di Troia arricchendola di altri particolari e ulteriori valenze. Nel V secolo a.C., Euripide, nelle sue tragedie, assumerà spesso il punto di vista delle donne troiane (Ecuba, Andromaca, Cassandra, Polissena), raccontando il loro calvario dopo la distruzione della città. La regina Ecuba, in particolare, diventa il simbolo dell’abisso della malasorte. Non conosciamo la sua genealogia. L’imperatore Tiberio, che si divertiva, nella sua villa di Capri, a mettere in imbarazzo gli eruditi ponendo loro domande impossibili, era solito chiedere appunto: «Chi era la madre di Ecuba?». Ecuba, in realtà, si identifica con il suo ruolo di sfortunata regina di Troia.
Un tempo signora della più ricca città dell’Asia, vede uccidere il marito sotto i suoi occhi e i suoi figli trucidati nel modo più orrendo. La regina diventa così l’icona della madre dolorosa. Nel IV secolo d.C., i suoi lamenti sui figli uccisi verranno ripresi dalle tragedie di Euripide da Gregorio di Nazianzo che li trasforma nel compianto della Madonna sul Cristo morto. Ovidio, nelle Metamorfosi, narra invece il momento in cui Ecuba, furibonda per il dolore e per la rabbia, si trasforma magicamente in cagna, e infine si uccide, gettandosi in mare da un promontorio. I Greci chiamavano Cinossema, «la tomba della cagna», il luogo del suicidio. Oggi si chiama Kilid-ül-Bahr («chiave del mare»): sta all’ingresso dei Dardanelli e vi sorge un forte ottomano costruito dal Maometto II il Conquistatore. Da quel promontorio Ecuba continua a vegliare il mare: da un lato ha l’Egeo, da dove sono venute le navi dei Greci per conquistare Troia. Dall’altro la città su cui aveva regnato quando era felice. I Greci amavano immaginare che un dettaglio del paesaggio, una roccia, una pietra, un promontorio serbassero il ricordo di un mito. Se vi capiterà di navigare verso Bisanzio, guardate il promontorio della cagna, e ricordate il mito dell’infelice regina di Troia.
Giorgio Ieranò è professore di Letteratura greca all’Università di Trento
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