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Elena Correggia
Leggi i suoi articoli«Con la nostra arte vogliamo tirar fuori l’intollerante che c’è nel liberale e, viceversa, tirar fuori il liberale che c’è nell’intollerante». In quest’affermazione c’è molto della poetica di Gilbert Prousch (nato a San Martino in Badia, Bz, nel 1943) e George Passmore (nato a Plymouth, in Gran Bretagna, nel 1942), che da circa 55 anni costituiscono un inossidabile sodalizio, d’arte e di vita. Desiderosi di raccontare l’essere umano senza censure e ipocrisie, Gilbert & George hanno scelto la strada di un linguaggio dal forte potere comunicativo, mettendoci la faccia, e molto spesso anche altre parti del corpo, convinti dell’identità fra opera d’arte e artista.
Anticonvenzionali per definizione, trasgressivi e dirompenti nel cercare di scandalizzare i benpensanti pur atteggiandosi da impassibili «Englishmen», senza mai abbandonare giacca e cravatta, nel corso degli anni hanno saputo sperimentare formule espressive nuove, tra performance, disegno e fotografia, pur rimanendo fedeli a una loro cifra stilistica che rifugge l’ovvio, il politically correct e il decorativo.
La politica, la religione, la morte, il sesso, ma anche la violenza delle città, le fragilità e le frustrazioni dell’essere umano sono al centro della loro variegata produzione, oggi entrata a far parte anche di prestigiose collezioni museali, fra cui l’Art Institute of Chicago, il Cleveland Museum of Art, il Guggenheim Museum di Bilbao, il Metropolitan Museum of Art e il MoMA di New York, il Museum of Contemporary Art di Sydney e la Tate Gallery di Londra. L’inaugurazione del centro espositivo nell’East End di Londra non fa che rafforzare l’attenzione pubblica e mediatica verso questa coppia di artisti ormai ottantenni ma sempre sulla breccia, il cui mercato risulta ben consolidato e dalle dimensioni internazionali.
«È corretto dire che la localizzazione delle esposizioni museali è un riflesso dell’ampiezza globale dei loro collezionisti, che vanno dalla Gran Bretagna all’Europa, dal Nord al Sudamerica, dall’Asia all’Australasia (la loro più recente retrospettiva si è tenuta proprio ad Auckland, in Nuova Zelanda, Ndr)», commenta Thaddaeus Ropac, la cui galleria multinazionale è una di quelle di riferimento per i due artisti, così come White Cube (nella cui sede londinese è da poco stata inaugurata la loro ultima personale «The Corpsing Pictures»). «La richiesta per il loro lavoro attraversa tutti i decenni della carriera e riguarda anche la produzione attuale. In galleria le fotografie multipannello, che sono fra le opere più celebri, hanno un prezzo che varia da 70mila a 500mila sterline (da 80mila a 560mila euro circa, Ndr)».
Se si considerano gli incanti si può notare come i lavori più cari passati in asta appartengano tutti agli anni Settanta e siano stati battuti fra il 2008 e il 2017.
Il primato assoluto spetta a «To Her Majesty» del 1973, un insieme di 35 foto in bianco e nero, della prima serie di ampio formato, «Drinking Sculptures», aggiudicato da Christie’s nel 2008 per quasi 2,4 milioni di euro. Se si guarda invece ai fatturati complessivi in asta, si nota, oltre al picco intorno ai 9 milioni di dollari del 2008, come dopo il 2017, anno in cui aveva sfiorato i 5 milioni, il totale si sia ridimensionato e sia stato determinato da un numero più consistente di opere ma di minore valore unitario.
«Per artisti ormai consolidati come Gilbert & George è normale che ci sia una forte richiesta per le opere storiche, soprattutto quelle degli esordi, che però sono ormai appannaggio stabile di importanti collezionisti privati e musei che difficilmente le mettono in asta. Quando ciò accade, spuntano cifre importanti, spiega Giorgio Salzano, gallery manager della galleria Alfonso Artiaco di Napoli, un’altra importante realtà che lavora con il duo. I primi lavori fotografici degli anni Settanta rappresentano una fase di sperimentazione molto interessante, non convenzionale sia per la resa artistica sia in termini di formato».
I lotti all’asta nel 2022 sono stati 57 per un valore complessivo di 1,2 milioni e il top lot è stato «Belief», del 1983, una stampa cromogenica battuta da Sotheby’s nel giugno scorso a Parigi per poco più di 200mila euro.
La ricerca di Gilbert & George ha da sempre proclamato di voler offrire «un’arte per tutti», ma ciò diventa vero anche da un punto di vista collezionistico grazie alla sistematica produzione di stampe e multipli, forse meno interessanti in termini di investimento, ma un’occasione di più facile accesso alla loro creatività.
«Gilbert & George hanno una lunga tradizione nel realizzare multipli di qualità in edizione limitata, spesso avvicinabili con una spesa intorno alle 2.500 sterline», conclude Ropac.
Tutti invitati nel loro Paradiso
C’è ancora chi dice che, considerati i personaggi irriverenti, potrebbe trattarsi di un pesce d’aprile. Eppure, le foto del cantiere e un sito ufficiale ben documentato accreditano l’annuncio dell’apertura il primo aprile del Gilbert & George Centre. Già nel 2015 era stato acquistato un ex birrificio nel quartiere multiculturale di Spitalfields, nell’East End, non distante dalla casa studio degli artisti. Riconvertito da Sirs Architects, il museo prevede spazi espositivi su tre livelli e ha in programma una o due mostre all’anno sulle opere della celebre coppia.
L’inaugurazione è affidata a «The Paradisical Pictures», una serie di lavori del 2019 in cui Gilbert & George sono protagonisti all’interno di una sorta di paradiso terrestre dai colori psichedelici. Fedele alla visione da sempre promossa dal duo, di «un’arte per tutti», il Gilbert & George Centre garantirà l’accesso gratuito (sul sito sono promosse le donazioni a tale scopo), con l’obiettivo di arricchire l’offerta culturale di Londra, facilitare la ricerca degli studiosi sulle loro opere e collaborare anche con gruppi educativi per coinvolgere la comunità nel modo più ampio possibile.

«Date Dance» (2019) di Gilbert & George © The Gilbert & George Centre

Una delle sale del Gilbert & George Centre © The Gilbert & George Centre
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