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Julio le Parc, Schermo con lamelle riflettenti, veduta dell'installazione presso Hermes, Tokyo, 2021

Hermes Tokyo

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Julio le Parc, Schermo con lamelle riflettenti, veduta dell'installazione presso Hermes, Tokyo, 2021

Hermes Tokyo

Addio a Julio Le Parc, l’artista che ha sfidato la percezione

Il creatore franco-argentino è scomparso a Parigi a 97 anni. Con la sua opera ha esplorato il movimento, la luce, il colore e la partecipazione attiva dello spettatore. Dall’11 giugno alla Tate Modern di Londra una grande retrospettiva a lui dedicata

È scomparso il 30 maggio a Parigi, a 97 anni, Julio Le Parc, l’artista franco-argentino pioniere del movimento cinetico internazionale e uno dei protagonisti dell’Op Art.  Nella sua lunghissima carriera, Le Parc ha sfidato le forme tradizionali di percezione, esplorando il movimento, la luce e la partecipazione attiva dello spettatore. L’11 giugno alla Tate Modern di Londra aprirà una vasta retrospettiva che ripercorre quasi sette decenni della sua opera e alla quale, come ha riferito il figlio Yamil Le Parc al quotidiano argentino «La Nación», l’artista confidava di poter presenziare. 

Nato nella provincia argentina di Mendoza il 23 settembre 1928, dopo gli studi a Buenos Aires era arrivato a Parigi nel 1958 con una borsa di studio del governo francese, uno dei tanti artisti latinoamericani in fuga da regimi dittatoriali che avevano trovato rifugio in quello che allora era il centro del mondo dell’arte. Di quegli anni ricordava le poche risorse a disposizione (la borsa di studio era piuttosto esigua) e   la ricerca continua portata avanti con mezzi e soluzioni economiche, che gli permisero tuttavia di approdare a qualcos’altro. Due anni dopo il suo arrivo nella capitale francese  fonda il collettivo Groupe de Recherche d’Art Visuel (Grav), gruppo che promuove l'idea che l'opera d’arte non debba essere solo osservata, ma vissuta. Nel 1966, alla 33. Biennale di Venezia, riceve il Premio Internazionale per la Pittura.  

Con installazioni su larga scala, sculture, «mobiles»,  dipinti, opere su carta che utilizzano luce, movimento e superfici a specchio, l’universo poetico, sperimentale, partecipativo e immersivo di Le Parc ha sfidato la percezione visiva e trasformato l’esperienza artistica in un territorio abitato dallo stupore, di cui lo spettatore doveva sentirsi parte. Fedele all’idea dell’artista come ricercatore, sempre rivolto alla sperimentazione e alla reinvenzione, a Julio Le Parc le etichette sono sempre parse riduttive.  «Per il mercato, per il riconoscimento e per i musei è molto più semplice che un artista abbia un unico stile. Ma il mio approccio è un atteggiamento di ricerca che si protrae da molto tempo, piuttosto che quello di diventare un artista monotematico, che ha sempre fatto più o meno la stessa cosa per 40 o 50 anni», rivelava in un’intervista a «Forbes» del 2019, in cui spiegava di non amare essere definito un artista cinetico, perché «a volte vengo accomunato a persone che non hanno lo stesso comportamento o lo stesso atteggiamento di ricerca, qualcuno il cui lavoro è simile a quello che ho fatto io, ma che è solo un carrierista, che ha sviluppato uno stile solo per vendere o ottenere riconoscimento, troppo coinvolto nel sistema. Il problema con categorizzazioni come queste è che comprendono tutto e niente [...].Ho pensato che la cosa migliore fosse partire da me stesso. Ho cercato di cambiare le cose da solo, non solo a livello teorico». 

Rifiutava anche l’etichetta di «attivista politico», attribuitagli insieme ad altri artisti che come lui sin dagli anni Quaranta avevano denunciato i regimi totalitari in America Latina: «Si tratta semplicemente di essere cittadini, aveva risposto. Un tempo, in Francia, c’era una persona che ci informava sulla situazione di diversi Paesi dell’America Latina che negli anni ’60 utilizzavano la tortura come sistema di governo (Argentina, Uruguay, Cile, Paraguay, Brasile e altri) sui prigionieri poli tici, sulle persone scomparse e su come erano scomparse. Potevamo dare una mano come cittadini, come persone. Insieme a tre amici, nel 1972 ho realizzato dei dipinti sulla tortura. C'erano sette pannelli, lunghi 14 metri, per denunciare questa situazione. Avevamo un'idea; dovevamo metterla in pratica».

Tra settembre 2024 e marzo 2025 è stato il protagonista della riapertura del Palazzo delle Papesse di Siena, con la mostra  «Julio Le Parc. La scoperta della percezione. Opere dal 1958 al presente», un progetto prodotto da  Opera Laboratori con il supporto al  di Galleria Continua, che dal 2023 rappresenta l’artista.  La mostra presentava una settantina di opere emblematiche della sua ricerca sul movimento, la luce e il colore e del suo approccio alla creazione artistica che colloca lo spettatore in una posizione attiva e dinamica. 

E a proposito della partecipazione del pubblico, ancora nell’intervista del 2019 osservava che: «La partecipazione è stata il punto di partenza dell’analisi con i miei amici, Francisco Sobrino, François Morellet e altri, ma c’era qualcuno che non partecipava affatto: il pubblico che veniva a una mostra, senza fare troppo rumore, solo per ricevere cose, ma senza alcun potere. Abbiamo iniziato a fare dei test per scoprire se fosse vero che il pubblico non fosse in grado di comprendere l’arte del suo tempo. La nostra preoccupazione fin dall’inizio era lo sguardo di chi osserva, per ottenere risonanze visive e ottiche. Se correggiamo leggermente i parametri, l’opera è più o meno visiva, produce più o meno una reazione ottica in chi la guarda? Abbiamo iniziato dall’esperienza di chi osserva e da lì, la partecipazione è stata sollecitata poco a poco con altre esperienze fino a una partecipazione attiva e riflessiva. Ci siamo resi conto che il pubblico era perfettamente in grado di apprezzare ciò che veniva fatto o di rifiutare la proposta. Guardavano e riflettevano».

 

 

Daria Berro, 03 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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