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Marco Bussagli
Leggi i suoi articoliCi sono tanti modi di fare la storia dell’arte. Chi scrive, per esempio, cerca i significati delle opere e delle immagini, altri s’interessano in primo luogo di aspetti tecnici, mentre molti studiosi guardano alla loro storia e alle evoluzioni stilistiche. Maurizia Tazartes, invece, predilige le biografie che, spesso e volentieri, prende a pretesto per illuminare gli scorci di un’epoca, se non un intero periodo artistico.
L’ultima fatica che ha visto l’impegno della studiosa torinese,da tempo trapiantata in Toscana, è quella su «Bigo Mazzolino», come lo ricordano i documenti puntualmente riportati al termine del volume. Un libro che ha due particolarità nella sua storia che lo lega all’autrice. Una recente: il Premio Firenze per la letteratura e le arti lo ha ricevuto nel 2025 proprio per quest’opera. L’altra è che l’argomento Mazzolino, fu quello affrontato per la prima volta da una giovane Tazartes che al pittore dedicò la sua tesi di laurea.
Si tratta di uno studio assai serio, ma che si legge come un romanzo, quarta uscita della collana dell’editore Pagliai «Gli artisti raccontati nel loro tempo», diretta dall’autrice stessa. Il libro inizia infatti proprio con la descrizione dell’ambiente della fine del XV secolo a Ferrara, guidata, con il suo ducato, dalla illuminata politica di Alfonso d’Este dedita allo sviluppo della cultura (già Lionello aveva aperto l’Università il 18 ottobre 1442) e dell’arte, veicolo anche di buon vicinato con le grandi potenze di allora come la Serenissima e lo Stato della Chiesa.
Così, la corte era da tempo un crocevia di pittori e intellettuali, da Pisanello a Jacopo Bellini, da Rogier van der Weyden a Piero della Francesca, fino a Leon Battista Alberti cui Lionello aveva commissionato il Trattato di Architettura. Tutto questo aveva favorito la nascita di quel gruppo di pittori noti nella letteratura artistica come la Scuola Ferrarese, con figure d’eccellenza come Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti e Francesco del Cossa.
Mazzolino si formò una generazione successiva. Infatti, studiò presso la bottega di Boccaccio Boccaccini, richiamato da Cremona a Ferrara dal duca Ercole I per colmare il vuoto lasciato da Ercole de’ Roberti, dove gli fu compagno di studi un altro artista importante che farà grande la città e il ducato: Benvenuto Tisi, meglio noto come il Garofalo. Solo che, a differenza di quest’ultimo, Ludovico sarà meno fortunato perché non sempre il tempo è galantuomo. Le sue prime opere, gli affreschi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, andarono distrutti nell’incendio del 1604 e solo di recente gli studi hanno recuperato la vicenda artistica del pittore.
Il volume di Tazartes infatti non è soltanto un elenco di fatti, ma un’avvincente concatenazione di riflessioni critiche. Ne emerge il ritratto di un pittore di successo (lavorò per Lucrezia Borgia), attento alle ultime tendenze artistiche a lui vicine con citazioni, puntualmente rilevate dall’autrice, da Albrecht Dürer, mescolate alle suggestioni giorgionesche che, nel 1509, si combinano felicemente nel «Trittico» di Berlino, apice della prima fase dell’arte del maestro ferrarese.
Il capolavoro della maturità, invece, si riconosce nella «Pietà» del 1516, oggi al Metropolitan Museum of Art di New York, dove la pittura guarda, ormai a Dosso Dossi e a Raffaello. Non per nulla la grande produzione di quadri devozionali, a cominciare da quelli dedicati alla figura della Madonna, s’ispirava proprio al Sanzio che l’artista ebbe l’opportunità di conoscere non soltanto dalle stampe, ma anche grazie ad alcune opere della collezione ducale, non ultimo (sebbene di soggetto diverso) il cartone dell’«Incendio di Borgo» che l’urbinate aveva donato ad Alfonso d’Este nel 1514 per tentare di tacitarne le continue richieste. Dunque, non un pittore di provincia, ma un ambasciatore della grande arte rinascimentale alla corte di Ferrara.
Ludovico Mazzolino pittore eccentrico nella Ferrara estense (1480-1525), di Maurizia Tazartes, 200 pp, ill., Pagliai, Firenze 2025 € 20
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