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AMÉLIE BERNARD
Negli spazi di SPINA OFFSPACE di Parma, “Fuck It” di Michele Sibiloni, curata da Andrea Tinterri, ripropone a distanza di dieci anni un progetto nato in Uganda tra il 2012 e il 2014. Attraverso l’uso del flash e l’immersione nella dimensione notturna, l’artista costruisce un linguaggio che si sottrae al fotogiornalismo e mette in crisi la distanza tra osservatore e soggetto. La mostra restituisce una riflessione sulla notte come spazio di appartenenza, ma anche come archivio visivo di trasformazioni urbane e sociali.
A Riccione l’ex Fornace Piva viene trasformata in Museo del Territorio attraverso un intervento che combina restauro e nuova architettura. Il progetto di Politecnica introduce una struttura leggera all’interno dell’involucro storico, configurando il complesso come infrastruttura culturale e nodo di rigenerazione urbana. L’apertura è prevista per il 2027.
La galleria londinese Timothy Taylor chiuderà la sede newyorkese dopo quasi dieci anni, mantenendo però una presenza ridotta in città. La decisione riflette una combinazione di costi operativi elevati e contrazione del mercato, inserendosi in una sequenza crescente di ridimensionamenti internazionali. Più che un caso isolato, emerge una tensione strutturale nel modello economico delle gallerie mid-to-upper tier.
Fino a poche settimane fa la penisola arabica sembrava il nuovo centro della geografia culturale globale: musei, fondazioni, fiere e nuovi distretti artistici si inauguravano con ritmo serrato tra Abu Dhabi, Dubai e Doha. L’escalation militare con l’Iran ha improvvisamente interrotto questa traiettoria. Musei chiusi, programmi sospesi e turismo fermo aprono ora una domanda più ampia: la grande ascesa culturale del Golfo era davvero solida o dipendeva da un fragile equilibrio geopolitico?
La Leiden Collection di Thomas e Daphne Kaplan ha acquisito alla TEFAF Maastricht il dipinto Man with a Red Feathered Cap (1654) di Willem Drost, uno dei più talentuosi allievi di Rembrandt. L’opera, proveniente dalla Agnews Gallery, colma una lacuna nella collezione privata dedicata alla pittura olandese del Seicento.
La galleria Thaddaeus Ropac di Milano presenta una mostra che mette in dialogo Marcel Duchamp e Sturtevant, due figure centrali nella ridefinizione concettuale dell’arte del Novecento. Attraverso ready-made, ripetizioni e dispositivi visivi, l’esposizione indaga il rapporto tra originale, replica e autorialità in un’epoca dominata dalla riproduzione delle immagini
L’arte contemporanea è uno strumento per comprendere il presente. Costruisce immaginario, allena lo sguardo critico, restituisce complessità a un mondo semplificato. Offre nuove prospettive individuali e collettive, produce memoria e apre spazi di libertà simbolica. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’immediatezza, è uno dei pochi luoghi in cui il pensiero può ancora sedimentare.
In Donna in blu che legge una lettera la scena domestica diventa laboratorio ottico e psicologico. La dimensione privata è trattata con la stessa gravità riservata altrove ai soggetti storici o religiosi. È questa ridefinizione del soggetto, più che il tema in sé, a fare del dipinto uno dei vertici del XVII secolo europeo.
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Nel XVII secolo la passione europea per le conchiglie si intreccia con l’espansione coloniale olandese e con la nascita di un mercato speculativo del raro ed esotico. La natura morta nordica traduce questo fenomeno in immagine, trasformando oggetti esotici in dispositivi di potere simbolico e finanziario. Tra Kunstkammer, teologia naturale e prime bolle collezionistiche, la pittura registra l’emergere di un capitalismo globale.
Rovigo dedica una grande mostra al confronto tra Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas
Dal 5 maggio, Venezia accoglie una delle mostre più rivelatrici della pratica di Anish Kapoor: un’esposizione che non guarda tanto alle opere iconiche entrate nell’immaginario globale, quanto ai territori di confine in cui la sua scultura ha progressivamente sconfinato nell’architettura. O forse, più precisamente, ha mostrato come l’architettura non sia che una conseguenza estrema della scultura.
Lo stato di fiera permanente e la folle saturazione del calendario globale dell’arte. C’era una promessa, neppure troppo lontana nel tempo. All’indomani della pandemia, il sistema dell’arte sembrava aver finalmente interiorizzato una lezione: meno fiere, più qualità; meno sovrapposizioni, più razionalità; meno corsa, più senso. Si parlava di sostenibilità, fosse economica, ambientale, umana, e di un necessario ridimensionamento di un modello che, già prima del Covid, mostrava evidenti segni di affaticamento. Oggi, quella promessa appare disattesa. Anzi, capovolta.
Abbiamo chiesto a Ludovica Barbieri -Partner e Global Director of Artist Liaison di MASSIMODECARLO- di raccontarci lo stand (tra i migliori di tutta la kermesse) della galleria in fiera ad Art Basel Qatar 2026
Con la sua terza edizione, la Diriyah Contemporary Art Biennale si conferma una delle nuove manifestazioni chiave del panorama internazionale, posizionando l’Arabia Saudita come protagonista nel dialogo globale sull’arte contemporanea. Tema, artisti e politica culturale di un progetto che intreccia memoria, movimento e trasformazione.
Presentata 10 anni fa, nel 2016, l’installazione di Sun Yuan e Peng Yu è diventata negli anni una delle immagini più potenti per leggere le trasformazioni del presente. Un’opera che intreccia tecnologia, lavoro, sorveglianza e impotenza sistemica, anticipando molte delle tensioni che oggi attraversano società, istituzioni e sistemi di potere.













