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Flaminio Gualdoni
Leggi i suoi articoliL’auspicio della pace nel mondo non c’è, sarebbe un fuori tema e poi forse non è neanche di moda, ma tutto il resto dei luoghi comuni è concentrato nelle smilze paginette che le forze politiche dedicano, nei loro programmi in vista delle elezioni politiche del 25 settembre, alla cultura e ai beni culturali. Naturalmente vi si parla di Bellezza (rigorosamente con la maiuscola come fosse la Ur-Bellezza), considerata la premessa necessaria anche se poi in queste pagine si parla molto più di turismo, e si evocano en passant, con brivido linguistico d’antan, le suggestioni di «virtuose sinergie».
Va bene, i programmi dei vari gruppi politici sono in fondo un esercizio retorico di stile, tutti si guardano bene dall’entrare nello specifico, e oltretutto associare alle enunciazioni quella che, ai miei tempi, si chiamava una «botta di conti» forse pareva indelicato, soprattutto visto che oggi appare largamente prevalente, nel calderone delle intenzioni, la questione del paesaggio e della sua tutela, dunque un argomento sul quale, essendo cruciale e contemporaneamente una rogna di notevoli dimensioni, è preferibile glissare.
Veniamo da anni confusi, e oggettivamente questa campagna elettorale cade, come ognun sa, in un momento controverso. Qualcuno la prende la lontano e ritiene opportuno ricordare che siamo «a pieno titolo parte dell’Europa, dell’Alleanza Atlantica e dell’Occidente», e che siamo figli «delle radici e identità storiche e culturali classiche e giudaico-cristiane dell’Europa», mica che qualcuno se ne scordi, e per fortuna dà per scontato e non proclama che siamo anche indoeuropei. Cosa cippa abbia a che fare l’Alleanza Atlantica con la cultura non so, ma tanto suona comunque bene: anche se nell’Alleanza e in Europa, zitti zitti, non siamo neanche tutti indoeuropei e ci portiamo appresso un bel po’ di ugrofinnici, oltre ai baschi e, per fortuna, anche un significativo numero di ebrei.
Ma la sloganistica e le nozioni da bignami sono così: metti in mano un argomento a degli spin doctor e ti ritrovi con enunciati basic che ai miei tempi facevano schifo anche a un liceale, ma funzionano per lo scopo. Lo scopo è solo catturare voti.
Per dire, se cominciassimo finalmente a distinguere tra «cultura» e «beni culturali» sarebbe già un gran passo, ma nessuno si avventura: comporterebbe pensare per davvero, perdere tempo in distinguo, che poi la gente si stufa e non ti segue. Alla fin fine dopo le parolone sulla Bellezza, contano fatti più concreti: privati sì/privati no, come la mettiamo con la Direttiva Bolkestein (chi se le fosse persa, chieda a qualsiasi bagnino), chi forma e chi paga il personale scientifico e turistico che ci manca, le Soprintendenze ce le dobbiamo tenere come sono o no, e nel frattempo proviamo a chiederci che senso abbia «far conoscere la Capitale d’Italia tramite un viaggio gratis per tutti gli under 25» pagato dal Governo.
Poi qualcuno vincerà e qualcun altro perderà le elezioni. La carta su cui questi programmi sono scritti (a proposito, mi sarei aspettato che qualcuno parlasse anche dei costi esorbitanti della carta, che non è evidentemente questione solo industriale) scolorirà, e resteranno solo i dieci faccioni viventi (uno più, uno meno) che ben conosciamo che, affidandosi ad altri spin doctor, ci racconteranno altre favole inventandosi cazzeggi assai meno ameni. Fino alla prossima crisi di Governo, quando la giostra ricomincerà a girare.

Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini
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