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Jackson Pollock, «Number 7A», ceduto da Christie’s per 182 milioni di dollari

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Jackson Pollock, «Number 7A», ceduto da Christie’s per 182 milioni di dollari

Le aste di maggio a New York e le ragioni della rivincita firmata Pollock e Newhouse

Le trionfali vendite hanno incassato complessivamente 2,5 miliardi di dollari. Ma qual è la ragione del boom? E quali sono le nuove regole del mercato che ha visto prezzi alle stelle per i maestri del secolo scorso?

«Guanti bianchi, record battuti, epiche battaglie di offerte e il più alto tasso di vendita mai registrato per una stagione di punta». I toni sono letteralmente euforici e l’ufficio stampa di Sotheby’s non fa nulla per nasconderlo. La spara grossa e lascia trapelare che a New York sia accaduto qualcosa degno di essere raccontato alle prossime generazioni. Sembra di assistere all’urlo di Tardelli dopo la vittoria ai Mondiali di Spagna. E tutto questo, nonostante Sotheby’s sia finita al secondo posto nettamente dietro a Christie’s. Ma i motivi per gioire questa volta non mancano e la major ha incassato tra il 14 e il 20 maggio 908,6 milioni di dollari, l’82% in più rispetto al magro bottino fatto registrare nel medesimo periodo dello scorso anno. La rivale Christie’s ha fatto decisamente meglio con un fatturato di ben 1,4 miliardi di dollari, il migliore di sempre, almeno nella tornata primaverile. Aggiungendo Phillips e Bonhams si arriva a un giro d’affari di 2,5 miliardi di dollari complessivi. Sicuramente il miglior risultato degli ultimi tre anni. Dunque, la crisi è archiviata e non rimane che un ricordo del passato? Assolutamente no e prima di giungere a conclusioni affrettate conviene comprendere il reale andamento delle aste e le ragioni di un mercato che è tornato a macinare record milionari. A quanto pare, in primavera si è ripetuto l’«effetto Klimt» fortemente potenziato. Nel novembre scorso infatti la presenza del «Ritratto di Elisabeth Lederer» venduto da Sotheby’s per 236 milioni di dollari accompagnato da altre due opere del maestro austriaco (complessivamente hanno raggiunto i 133 milioni di dollari) provenienti dalla collezione di Leonard Lauder hanno ridato fiato a un mercato in fase depressiva che rischiava di chiudere il 2025 come i dodici mesi precedenti. Dunque, per nascondere la polvere sotto il tappeto, era assolutamente necessario proseguire sulla via maestra portandosi a casa il maggior numero di capolavori possibili con pedigree d’eccezione. Le scorciatoie intraprese nell’ultimo triennio hanno solamente sconquassato il mercato e destabilizzato il collezionismo che pensava di poter fare trading su giovani di belle speranze venduti alle stesse cifre dei grandi maestri. Le brutte abitudini della Borsa si erano riversate sul mercato dell’arte che aveva iniziato a illudersi che tutto sarebbe potuto cambiare con gli Nft venduti in criptovalute. Ora si torna ai fondamentali laddove il sistema dimostra la sua forza. E lo ha fatto puntando tutto sugli artisti storicizzati, dando un colpo di spugna al contemporaneo che a New York si è visto poco con prezzi piuttosto scoloriti. Per fare poker era necessario che l’opera di grido venisse abbinata a una  super collezione in modo da potenziare l’immaginario. E in questo caso c’è stata anche la felice coincidenza di poter contare su una serie di morti eccellenti.

Le 16 opere del mitico editore S.I. Newhouse vendute il 18 maggio da Christie’s hanno totalizzato 630,8 milioni di dollari e ha pochissima importanza che in quel gruppo si trovassero tre dipinti di Jasper Johns, Robert Rauschenberg ed Henri Matisse che non sono andati molto lontani dai minimi garantiti. Cosa conta tutto ciò quando «Number 7A» del 1948, il più grande dipinto di Jackson Pollock mai passato in asta (misura oltre tre metri di lunghezza) è stato pagato 182 milioni di dollari, la terza aggiudicazione più alta di tutti i tempi, ridicolizzando il primato precedente assestato a 61 milioni di dollari? Ecco che finalmente il mercato diventa leggenda andando oltre qualunque parametro algoritmico. Meno sorprendente ma ugualmente spettacolare anche il risultato di «Danaïde», tra le più celebri sculture di Constantin Brâncuși di appena 27,1 centimetri che, in base alle previsioni, è stata aggiudicata per 107,6 milioni di dollari. E pensare che il 7 maggio 2002 sempre da Christie’s era stato proprio il lungimirante Newhouse a pagare l’opera 18,1 milioni di dollari che allora corrispondeva al top price per un’opera plastica. Il tempo gli ha dato ragione e paradossalmente il suo intervento ha contribuito a un’ulteriore crescita dell’opera che oggi, senza il suo battesimo, avrebbe probabilmente raggiunto una cifra inferiore. Certo che il ricambio generazionale è un vero e proprio toccasana per il mercato, con gli eredi che non vedono l’ora d’incassare. Com’è vero che le tre D (divorce, debt, death) sono ancora strategiche!

Constantin Brâncuși, «Danaïde», venduta da Christie’s a 107,6 milioni di dollari

Sempre da Christie’s, la scomparsa nel 2025 all’età di 85 anni della filantropa e mecenate Agnes Gund ha portato in dote una discreta performance di Cy Twombly venduto a 45,5 milioni di dollari (la grande composizione del 1961 aveva una valutazione di 40-60 milioni di dollari) e soprattutto il record di Mark Rothko che con «No 15» del 1964, un’intensa composizione giocata sui toni dei verdi e dei neri, ha raggiunto 98,4 milioni di dollari ritoccando il precedente primato di «No 10» del 1958 venduto per 82 milioni di dollari nel maggio 2015 da Christie’s a New York.

Il 14 maggio Rothko ha guidato anche la collezione di un altro grande vecchio scomparso il 19 dicembre scorso all’età di 92 anni. Si tratta di Robert Mnuchin, il banchiere diventato mercante con la prestigiosa Mnuchin Gallery di New York. La sua raccolta, composta da 11 opere, ha realizzato 166,3 milioni di dollari, con il pittore americano che ha totalizzato 85,8 milioni di dollari con «Brown and Blacks in Reds» del 1957. Per il resto nulla di esaltante salvo l’aggiudicazione di «Untitled» di Willem de Kooning, datato 1970, che ha chiuso a 10,8 milioni di dollari, il doppio rispetto alla stima ma comunque in linea con i prezzi di dieci anni fa. Dello stesso gruppo faceva parte anche «Louis XIV» di Jeff Koons una scultura in acciaio inossidabile che ha terminato la gara a 8,5 milioni di dollari, somma inferiore di 2,3 milioni di dollari rispetto a quanto era accaduto il 13 maggio 2015 quando la stessa opera da Christie’s a New York aveva fatto fermare il martello del banditore a 10,8 milioni di dollari.

L’altra vendita del 14 maggio targata Sotheby’s ha dimostrato che i listini di Jean-Michel Basquiat sono cambiati e «Museum Security» del 1983, tra le sue opere più intense e meditate, è stata aggiudicata per 52,7 milioni di dollari quando una decina di anni fa avrebbe potuto aspirare a una cifra superiore di almeno 10 milioni di dollari. Nella stessa occasione, una vaporosa «Brigitte Bardot» di Andy Warhol tutta verde con le sole labbra rosse, ha raggiunto 24,8 milioni di dollari rispetto a una previsione di 14-18 milioni di dollari. Ma il moderno ha nettamente battuto il contemporaneo e la vendita del 19 maggio ha incassato 303,9 milioni di dollari (Now and Contemporary: 266,8 milioni di dollari) con «La Chaise Lorraine» di Henri Matisse in pole position e un’aggiudicazione di 48,4 milioni di dollari, mentre meritava certamente di più lo straordinario «Arlecchino» cubista di Pablo Picasso che ha ottenuto 42,6 milioni di dollari. Ancora un breve fremito per «Le Moisson en Provence», il delicato paesaggio di Vincent van Gogh che ha trovato un acquirente disposto a spendere 29,4 milioni di dollari, non proprio una follia se già nel lontano 1997 era stato pagato da Sotheby’s a Londra 8,8 milioni di sterline. Ma a proposito di collezioni col pedigree, da Christie’s c’era molta attesa anche per il gruppo di opere appartenute alla leggendaria Marian Goodman scomparsa il 22 gennaio di quest’anno all’età di 97 anni. Appena il tempo di fare i funerali e i contratti con la major erano già stipulati. Nemmeno per un attimo gli eredi hanno scelto di puntare sulle vendite in galleria preferendo la tanto vituperata formula dell’incanto che mediaticamente è certo più funzionale. Così Marian, «la regina di New York», ha consentito un incasso di 136,8 milioni di dollari con Gerhard Richter tornato a brillare. Almeno a tratti: «Abstraktes Bild», una piccola composizione di appena 61x51,1 centimetri ha raggiunto 8,7 milioni di dollari triplicando il valore della stima minima. Quanto a «Kerze», un intenso lavoro del 1982 con al centro una candela accesa, la gara si è conclusa a 35,1 milioni di dollari, ben lontano dagli auspicati 50 milioni di dollari. Nemmeno Marian tuttavia ha potuto evitare qualche scivolone con Ed Ruscha invenduto nonostante una richiesta di 3,5-5,5 milioni di dollari e «Il Mangiatore di Pizza» di Eric Fischl finito in fondo alla classifica con appena 317 mila dollari, la metà della stima minima. Il verdetto di New York sul contemporaneo è arrivato forte e chiaro. I grandi numeri arrivano dalle leggende e dai loro proprietari, quelli sì davvero epici.

Mark Rothko, «Brown and Blacks in Reds», battuto da Sotheby's a 85,8 milioni di dollari

Alberto Fiz, 07 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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